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La stella che non c'èdi Matteo Poli - 19 settembre 2006 Sinossi: Vincenzo Buonavolontà è un tecnico riparatore in uno stabilimento siderurgico (per inciso, lo stabilimento Ilva di Cornigliano) il quale, ormai dismesso, viene smembrato e ceduto ad una azienda cinese; Vincenzo, che da tempo era addetto alla manutenzione di un altoforno, ne denuncia alcuni difetti al vertice dell'azienda, che accetta di buon grado i suoi consigli, per poi ignorarli. In seguito, messa a punto una nuova centralina che eliminerebbe i difetti riscontrati, Vincenzo decide di partire alla volta di Shangai per offrire la sua assistenza ai tecnici cinesi, all'oscuro del difetto della macchina appena acquistata; scopre poi che la ditta acquirente si occupa solo dello smistamento dei singoli pezzi e, senza scoraggiarsi, rintraccia la giovane interprete conosciuta in Italia, che lo accompagnerà in un lungo viaggio alla scoperta della «nuova» Cina economicamente intraprendente, e di se stesso. Il viaggio sarà, a sua insaputa, fallimentare. Il nuove film di Gianni Amelio, in concorso alla 63esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, pur incontrando un immediato consenso del pubblico, ha diviso la stampa specializzata sul suo effettivo valore. Indubbiamente, un giudizio univoco su un opera in apparenza molto lineare ma in realtà dalla partitura fortemente stratificata, è tutt'altro che semplice. La tentazioni di leggervi un messaggio politico immediato (la crisi dell'operaio diviso tra post-comunismo e neocapitalismo) è forte, ed è indubbiamente perseguita dal regista, ma fermarsi a questa constatazione sarebbe fuorviante. Girato tra maggio e luglio 2005 a Shangai, Wuhan, Chongqing, Yinchuan, Baotou, Mongolia interna e Genova, liberamente ispirato al romanzo La dismissione di Ermanno Rea, La stella che non c'è risulta, come anticipavamo, un opera complessa che non vuole imporre un giudizio morale, ma semmai una sospensione della morale, alla ricerca di valori autentici e umani in una società dall'aspetto spesso disumano e disumanizzante. La delicata relazione che viene a stabilirsi tra il tecnico Buonavolontà (impersonato da uno strepitoso Sergio Castellitto) e la giovane interprete Liu Hua (la bravissima esordiente Wang Biao) si proietta sullo sfondo di un roadmovie esistenziale ed essenziale, che affida il suo fascino soprattutto agli sguardi, ai gesti, ai silenzi, e pone decisamente in secondo piano i dialoghi. L'occhio del regista si sofferma, diremmo con eguale dignità, sugli strumenti del lavoro e sui tecnici che li utilizzano. Al film si può, in definitiva, imputare il difetto di essere vagamente dispersivo, ma non incomunicativo, o addirittura insignificante, nonostante si rifiuti consapevolmente di porgere allo spettatore un messaggio definitivo. Il comunismo, evocato da una statua di Mao all'ingresso di una delle molte fabbriche visitate da Buonavolontà nel suo pellegrinaggio, è niente più che un fantasma, una scenografia sullo sfondo; altrettante scenografie sono i grattacieli della megalopoli cinese che Vincenzo osserva abbacinato da una finestra d'albergo, il giorno del suo arrivo: presenze neutre e distanti, che non gli appartengono e che non comprende. Amelio non vuole fare un film politico, vuole piuttosto toccare lo spettatore in quel luogo interno dove la ragione e i sentimenti si incrociano. Questo è anche un film che, incidentalmente, offre una galleria di sguardi infantili: bambini che vivono nelle fabbriche, in enormi condominii-alveare, in un villaggio che Vincenzo attraversa per un istante. I bambini sono l'esteriorizzazione dell'innocente attaccamento al lavoro del nostro tecnico, gelosissimo della «sua» centralina - il pezzo che deve ovviare all'imperfezione della macchina a cui era addetto - ma non al punto da non incantarsi osservando il figlio di Liu che la manipola con l'impegno e la serietà dei bambini. Sicuramente infelice la conclusione del film, un ultimo incontro con Liu sui binari della ferrovia, che si percepisce come posticcio, forzato e decisamente poco credibile, non aggiungendo nulla a quanto il film ha già detto. Lodevoli invece tanto il montaggio quanto la fotografia e molto convincente l'interpretazione degli attori. Nonostante i difetti riscontrati, un film asciutto, essenziale, consigliato a chi cerca uno sguardo alternativo all'attuale panorama cinematografico italiano. Matteo Poli |
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Ragionpolitica, periodico on line n.178 del 19/9/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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