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Martirio cristiano e martirio islamico

di Stefano Doroni - 21 settembre 2006

«Sanguis marthyrum, semen christianorum»: il sangue dei martiri è il seme dei cristiani; seme di fede, di carità. Questo il senso profondo dell'estrema testimonianza della fede, come lo leggiamo nell'Apologia di Tertulliano: «Voi potete ucciderci, torturarci, condannarci... La vostra ingiustizia è la dimostrazione della nostra innocenza». Suor Leonella Sgorbati è morta così, lo scorso 17 settembre; come i martiri antichi, con il perdono sulle labbra: il perdono per i suoi assassini. L'Islam si offende, colto sul vivo dalle parole di verità di Benedetto XVI, e colpisce subito com'è suo stile: accanendosi sui piccoli, i deboli, gli indifesi; alla maniera di Maometto II che con le teste dei bambini decapitati spegneva le candele nella chiesa di S. Sofia a Costantinopoli in un infausto giorno del 1453.

Leonella faceva del bene, curava i bambini; Leonella ascoltava la voce di un Dio d'amore, e questo amore l'ha portata a rendere testimonianza, con la vita, della croce di Cristo, mano sofferente e offesa ma aperta a tutti gli uomini. Leonella incarna ancora una volta, come i suoi fratelli martiri prima di lei, le parole del Vangelo di Luca: «Vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno». Certo, Leonella non voleva morire: tanto che cercava di rendere un po' migliore la vita dei poveretti di cui si occupava. Ma l'hanno uccisa e lei, come coloro che alzavano inni al Signore mentre venivano sbranati dai leoni del circo, ha perdonato. «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno»: appeso alla croce Cristo dava l'esempio ai suoi futuri testimoni, anche a Leonella. Il martire infatti è un testimone. La parola greca da cui deriva significa esattamente questo. E se la situazione lo richiede si può testimoniare perfino con la vita.

Ora, anche l'Islam ha i suoi martiri. Sono, oggi, perfino i kamikaze. Anche se la parola di origine giapponese che normalmente usiamo per indicare i terroristi suicidi non sarebbe adatta. Essa significa «vento degli dei» ed era applicabile a quei piloti suicidi che, veloci e devastatori come il vento di burrasca, piombavano sulle navi americane come ultime disperate armi del Giappone sconfitto, al termine della seconda guerra mondiale. La parola giusta per indicare il terrorista suicida islamico sarebbe piuttosto shahid, che ha il valore di «testimone», appunto martire. Il Corano elogia e benedice i suoi martiri, tanto che la shahada, il martirio che testimonia la fede, è uno dei pilastri fondamentali di quella religione.

Ma c'è un'abissale differenza fra questi martiri e quelli cristiani. Per il Corano il martire è un combattente, uno che porta nel mondo la jihad: «Combattano dunque sul sentiero di Allah, coloro che barattano la vita terrena con l'altra» (Sura «An-Nisa», Le donne). Non si fa espressamente riferimento al suicidio bensì al combattimento, allo stato di guerra; ma la vita della persona è solo un mezzo nelle mani di Allah, per il Corano: perciò sopprimere la propria vita, insieme ad altre, è comunque una forma di combattimento e di martirio del tutto ortodosso.

Il martire cristiano non combatte, non porta la guerra: egli subisce l'ingiustizia, è agnello sacrificale come Cristo, si lascia condurre mansueto al macello perché offre la sua vita per i peccati di chi lo uccide, così come Gesù la offrì per l'umanità intera lasciandosi inchiodare sulla croce. Il martire islamico, al contrario, non esita a uccidere persone inermi e semmai ad uccidersi con loro: egli testimonia la sua fede portando la morte agli altri e non offrendo il suo estremo sacrificio per il prossimo. Chi non vede la differenza è in mala fede.

Consideriamo soltanto, per misurare l'incolmabile abisso che separa una proposta d'amore da una prepotenza arrogante e distruttrice, due diversi modi di morire. Se da una parte suor Leonella spira pronunciando le parole del perdono, dall'altra il terrorista suicida, lo shahid Adham Ahmad Hujyla Abu Jandal, che si è fatto esplodere il 7 dicembre 2004, lasciò queste ultime parole: «Il mio messaggio per gli odiati ebrei è che non c'è alcun Dio al di fuori di Allah; vi daremo la caccia ovunque, siamo una nazione che beve sangue». La dolcezza e la barbarie a confronto, l'amore e l'odio a contrasto. Una santa e un assassino. Il Dio di Leonella - che è lo stesso di questo nostro Occidente stanco - si offre agli uomini e li lega fra di loro con il filo dell'amore; l'altro si impone agli uomini come pura volontà di sottomissione. Due morti a confronto, due testimonianze: lo stile di Cristo, che fa della sua morte un seme di vita per gli altri; e lo stile della jihad, che porta la morte agli uomini, specie agli innocenti. Il Papa con le sue parole ha suonato la sveglia. L'Occidente sarà in grado di ascoltarlo e comprenderlo?

! Stefano Doroni
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