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Chi ha paura delle parole del Papadi Alexandra Javarone - 21 settembre 2006 Le parole soffrono tante volte la triste sorte di essere erroneamente interpretate, soggiogate dagli umori e dalla passione di interlocutori i quali sono spesso, purtroppo, pure eccessivamente predisposti alla cattiva interpretazione. Un fatale destino contro il quale si sono schiantate anche le parole pronunciate da Benedetto XVI durante la lectio magistralis tenuta a Ratisbona la scorsa settimana. Il 12 settembre scorso il Papa ha pronunciato parole di biasimo nei confronti dell'espansionismo religioso «per mezzo della spada», e dunque, nei confronti della violenza e della jihad fondamentalista. Non, come alcuni si ostinano a credere, contro la religione islamica. Si è creato un vero e proprio incidente diplomatico, il quale è stato usato come pretesto per diversi attentati contro obiettivi cristiano-occidentali. «Il presuntuoso Papa dovrà correggere le proprie affermazioni viziate dall'arrogante saccenza occidentale» - è stato detto. Anzi no, dovrà porgere scuse dirette ai Paesi musulmani perché colpevole (nella visione degli estremisti islamici) di aver usato un linguaggio incauto ed irrispettoso. Un atteggiamento intollerabile cui l'Islam non farà sconto alcuno. In vero, il linguaggio dell'Occidente è sempre stato cauto e ponderato, alle volte fin troppo rispettoso. Noi ben conosciamo l'Islam, ne comprendiamo le infinite forme e trattiamo con riguardo pure gli aspetti che non possiamo condividere. Come se soffrissimo di una sorta di timore reverenziale, apostrofiamo un dittatore con la parola ayatollah, consegniamo il titolo di «partito politico» ad un gruppo sovversivo e poi camminiamo a braccetto col terrorismo. Una comprensione estrema cui però non consegue una simmetrica replica da parte dell'Islam. Perché mai dovrebbe essere così assurdo il fatto che il più alto esponente in terra della religione cristiana condanni la violenza? È davvero così irresponsabile condannare la violenza? È ovvio che deve esserlo, nell'idea dell'Islam. Ne sono una chiara prova gli attentati seguiti alle dichiarazioni di Benedetto XVI, come pure gli attacchi degli ultimi giorni, sferrati in nome della jihad, contro le chiese a Nablus e Gaza, o come il deplorevole assassinio di Suor Leonella a Mogadiscio - un gesto brutale che ha tolto la vita ad un angelo che aveva dedicato la propria esistenza alla cura degli infermi senza porre distinzione alcuna tra cristiani e musulmani. Al Qaeda promette di proseguire la jihad fino alla completa sconfitta dell'Occidente e manipola le coscienze delle frange estremiste, conducendole verso il disprezzo nei confronti del Cristianesimo. Le mura di Roma tremano, la cellula irachena di Al Qaeda raffigura un Papa servo dell'America: «Ha seguito le orme di Bush negli attacchi flagranti contro l'Islam e il suo profeta Maometto, per ciò che riguarda il rito della jihad. Diciamo agli infedeli e ai tiranni: dovete aspettarvi la sofferenza. Noi continueremo la nostra jihad. Non ci fermeremo fino a quando la bandiera della unicità (del Dio islamico, nda) sventolerà dovunque nel mondo» (parole del messaggio, comparso su internet, intitolato «Comunicato sulla denigrazione del Papa dei cristiani contro il nostro Profeta»). L'eruzione delle critiche a un discorso incentrato sul dialogo sembra non potersi placare; nemmeno il chiarimento offerto domenica scorsa dal Papa ha sedato gli animi dell'intransigente Islam radicale. Ahmadinejad ha dichiarato ieri di aver profondo rispetto del Pontefice. Bizzarro, solo il giorno prima il portavoce del governo di Teheran, Gholam Hossein Elham, aveva definito il chiarimento sul discorso a Ratisbona «necessario», ma «non sufficiente... Il Pontefice deve dire che quello che aveva affermato è sbagliato». Anche il Gran Mufti di Turchia, Ali Bardakoglu, non è parso soddisfatto delle parole riservate alla questione da Benedetto XVI durante l'Angelus di domenica, considerandole delle scuse di «terzo grado» (e non dirette): «Non ha chiesto scusa per le sue parole, ma ha detto di essere stato inteso male a causa delle sue parole». Insomma, le regole della diplomazia islamica non ammettono neppure le scomode citazioni del Papa contro la violenza. Il mondo islamico pretende delle scuse per delle parole mal interpretate, o forse, come ha detto Ruini, «prese a pretesto per atti intimidatori ed inqualificabili minacce contro il Pontefice ed i cristiani». Eppure ancora c'è, in Europa, chi ha preferito non schierarsi apertamente a difesa del Papa e lo mette, invece, sotto accusa per aver usato toni fin troppo eccessivi «in un così delicato contesto». Quello che dobbiamo affrontare non è però un processo alle intenzioni del Santo Padre, ma una lotta contro le manipolazioni, una lotta per conseguire un'educazione «al rispetto reciproco» che garantisca libertà d'espressione a tutti. E, come abilmente espresso da Giuliano Ferrara: «C'è da sperare che di fronte a questo manifesto dell'intolleranza verso di sé, verso la propria cultura, verso i propri sacri principi di libertà del pensiero, si muovano, non in difesa del Papa, che non ne ha bisogno, ma in difesa di se stessi, gli intellettuali ed i politici europei che conoscono la differenza tra tolleranza e intolleranza e predicano stucchevolmente tolleranza e dialogo». Alexandra Javarone |
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Ragionpolitica, periodico on line n.178 del 19/9/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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