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Un «Mercante di pietre» nell'inverno del cinemadi Paolo Della Sala - 21 settembre 2006 Che cosa succede nel mondo del cinema italiano e mondiale, all'inizio della stagione invernale? Come sappiamo, il cinema è politica, in una maniera forte e marcata. Guai ad accontentarsi del fatto che i cittadini americani non abbiano creduto ad un film autodistruttivo come Fahrenheit 9/11. Bisogna fare il ragionamento contrario, pensando a quante persone hanno abboccato al messaggio trasmesso da Michael Moore negli Usa e in Italia, dove la pellicola è stata appena trasmessa da Rai Tre, forse per il solito scopo terapeutico di diffondere il verbo dell'odio antiamericano e antisraeliano. Non c'era altro motivo per mandare in onda un film così ben fatto sul piano agit prop, ma così debole di contenuti (pensiamo alla tragica sequenza di attentati precedente e successiva all'11 settembre, che smentisce ogni fotogramma del cinema di Michael Moore, ma tant'è...). Il cinema, dicevamo, è politica. Lo sa benissimo il sindaco di Roma. Walter Veltroni ha appena divorato il putrescente Festival di Venezia ed è pronto a sostituirlo con la Festa del Cinema di Roma, che debutterà tra pochi giorni sotto la consulenza di Irene Bignardi (del gruppo Repubblica-L'Espresso). Nanni Moretti è artisticamente deceduto: il cinema di sinistra italiano è forse in crisi? Dove sono gli autori che denunciavano disastri e crimini compiuti nelle nostre città? Dov'è l'eredità di Ettore Scola? Eppure il cinema è in mano all'Unione, esclusa la Medusa, che però persegue la tradizionale politica aziendale di Berlusconi, e non fa del cinema impegnato o politico. Il fatto è che non ci sono più grandi registi, perché l'arte nazionale è in stato di trombosi perenne. C'è anche una seconda ragione: non si può criticare chi governa nelle città, nell'economia, e ora nel governo. Ai tempi di Scola c'era la Dc, ora bisogna tacere, perché non si può filmare la realtà di Napoli, dove la sinistra malgoverna da 30 anni (trenta anni!). Realtà tragica dell'arte nazionale. La parola passa al circuito internazionale, a volte meno bulgaro di quello italiano. Tuttavia arrivano sui nostri schermi altre pellicole «educative» e politiche. Si parte da Morte di un presidente, discusso film di Gabriel Range, presentato e premiato al Toronto film Festival. Morte di un presidente ricorda da vicino un best seller nelle librerie turche: il tema è l'assassinio di G.W. Bush, sogno dei gruppi binladisti e neomarxisti di tutto il mondo. Un prodotto sanguigno che si vende sempre molto bene. E' anche possibile eccitarsi di «sano» odio antiamericano andando a vedere The road to Guantanamo, un film di contenuto razziale, ossessionato dalle ingiustizie del carcere di Guantanamo, ma che viene ovviamente lodato dagli «iniquivicini» de L'Unità. Certo la critica vetero-comunista dimentica di ricordare allo spettatore che si tratta di un carcere per terroristi, non per signorine bene. Non si dice nemmeno una parola sull'immenso carcere che confina con Guantanamo, Cuba, dove un dittatore ha rinchiuso un popolo intero da 45 anni. Del resto Venezia, prima di esalare l'ultimo respiro, ha fatto a tempo a ospitare e premiare le oscene dichiarazioni dei registi francesi Straub-Huillet, i quali hanno inviato alla giuria e alla stampa un messaggio irricevibile: «Finché ci sarà il capitalismo americano non ci saranno mai abbastanza terroristi nel mondo». Vomitevole, eppure sono stati persino gratificati per queste parole inumane. Se questo è il cinema che vuole «educare il popolo», c'è da rallegrarsi per il grande successo dei pirati guidati da Johnny Depp. Il «popolo» non è disposto a farsi «educare» da cialtroni. Il cinema italiano ha però prodotto qualcosa di accettabile, almeno dal punto di vista del pluralismo culturale. Si tratta de Il mercante di pietre, realizzato dal regista Renzo Martinelli, col grande Harvey Keitel. Ovviamente la sinistra lo ha subito anatemizzato e occultato, visto che il tema indiretto è la critica al terrorismo. Martinelli si è dato da fare da solo, creando una propria produzione e associandola a un partner inglese oltre che a Medusa film. Dopo millenni di monoliti artistici, è arrivata sugli schermi italiani una produzione «libera e liberale», finalmente non asservita ai ceausescu veltroniani del cinema. Il plot è semplice: una ignara donna viene amorosamente coinvolta da un occidentale convertito ad Al Qaeda e, quindi, al terrorismo omicida. Amore e terrorismo è un tema reale, e non del tutto immaginario. Due turiste inglesi o israeliane, in partenza da Fiumicino, ricevettero in dono un registratore esplosivo da due pseudo-cupido palestinesi, negli anni '70, se non ricordo male. Renzo Martinelli non la manda a dire: «C'è un'analogia tra la condizione dell'Europa di oggi e quella in cui si trovava nel 1683, quando un frate cappuccino, Marco d'Aviano, si levò a baluardo dell'Europa contro la minaccia dell'Islam, bloccando l'armata di Maometto IV alle porte di Vienna. Senza di lui, oggi San Pietro sarebbe una moschea. Fu lui a capire che c'è un momento per la democrazia e uno per la spada: quando la nostra civiltà, la civiltà cristiana, è in pericolo, devi impugnare le armi per difenderla». E' un film finalmente «diverso»: il pluralismo culturale è una conditio sine qua non di fronte alla quale non c'è par condicio che tenga.
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Ragionpolitica, periodico on line n.178 del 19/9/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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