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6 marzo 2008
 
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La debolezza di Prodi

di David Consiglio - 23 settembre 2006

Romano Prodi è solo e assediato. Questa volta il Professore con le sue stesse mani si è cacciato in una brutta situazione. In una sola settimana è riuscito a scontentare tutti: opposizione di centrodestra, imprenditori più o meno amici, alleati di governo e perfino la Chiesa lo aspettano al varco. Tutti vogliono processarlo e pretendono chiarimenti, spiegazioni e, in alcuni casi, anche delle scuse.

Dalla Cina agli Stati Uniti Romano Prodi non è ha azzeccata una: prima la questione Telecom e le dimissioni di Rovati, poi il tira e molla con il Parlamento, poi le dichiarazioni. Il Presidente del Consiglio ha commesso molti errori, sia nella sostanza che nella forma; ora appare confuso e in difficoltà, e proprio a questo suo stato d'animo sono dovute alcune sue imprudenti esternazioni.

I guai peggiori per il Professore non vengono dall'opposizione, che si sta limitando semplicemente a fare il suo mestiere, ma dai suoi stessi alleati. I Presidenti delle camere non hanno fatto sconti; sia Bertinotti che Marini, infatti, hanno esercitato forti pressioni sul capo del governo affinché accettasse di recarsi davanti al Parlamento per riferire in merito alle vicende legate al dossier Telecom. Lo stesso hanno fatto i capigruppo dei partiti dell'Unione che, senza esclusioni, hanno richiesto la presenza in aula di Prodi. Ma, senza ombra di dubbio, lo smacco maggiore per il Professore è venuto dai suoi più stretti alleati: Margherita e Democratici di Sinistra, infatti, sono stati molto freddi con il Presidente del Consiglio, anzi, non hanno affatto nascosto il loro malcontento in merito alla condotta di Prodi e del suo staff nella gestione del caso Telecom.

Margherita e Ds non hanno apprezzato la fuga in avanti del capo del governo, e in particolare il suo atteggiamento da solista; i maggiori partiti della coalizione vedono nelle mosse di Romano Prodi il tentativo di crearsi una posizione di forza nei giochi di potere all'interno del centrosinistra, e sia D'Alema che Rutelli non intendono essere estromessi dalla gestione delle più importanti partite riguardanti il settore della grande industria e della finanza. La Margherita e la Quercia non intendono pagare i passi falsi del premier, non ci stanno affatto a vedersi coinvolti in una vicenda tanto oscura come quella inerente la Telecom, quindi, si smarcano e prendono le distanze. Romano Prodi in tutta questa vicenda non fa altro che pagare la sua intrinseca debolezza politica; il suo essere privo di un partito alle spalle lo rende vulnerabile e dipendente dagli alleati di maggiore peso.

Il Professore non può decidere niente in autonomia, e prima di ogni scelta deve ottenere l'avvallo dei suoi «tutori», altrimenti, come i fatti di questi giorni dimostrano, è vittima di un vero fuoco incrociato da parte dei suoi partners di governo. Il suo tentativo di sopperire alla mancanza di un partito politico di riferimento attraverso la creazione di un blocco di poteri forti. L'altra strada per rafforzare la sua posizione è quella che porta alla creazione del Partito democratico, del quale il Professore aspira ad essere il maggiore azionista, ma al momento sembra ricca di ostacoli molto duri da superare. Le famose primarie dello scorso ottobre, che nelle intenzioni di Prodi dovevano essere lo strumento idoneo a conferirgli maggiore autorevolezza ed autonomia rispetto a tutti i partiti dell'Unione, si sono rivelate una semplice messa in scena, buona solo per raccogliere un po' di fondi e per avere spazio sui giornali.

La verità è che Romano Prodi è molto debole, e chi vedeva in lui un semplice prestanome molto probabilmente non si sbagliava. Lo spettro del 1998 è sempre più vicino; e in questa sua nuova avventura alla guida del Paese il Professore si trova in una situazione ancora più imbarazzante rispetto al suo primo governo. Infatti, mentre nel 1996 il suo esecutivo aveva un obiettivo chiaro da raggiungere, ovvero portare l'Italia nell'euro, questa volta il Professore non ha una chiaro disegno politico da inseguire, e ciò lo rende ancora più debole e incapace di tenere unita la sua variegata pattuglia di alleati.

La sua linea politica è confusa e contraddittoria: liberista con i taxi e le farmacie, dirigista e statalista con le grandi imprese; pacifista in Iraq e interventista in Libano. Questa confusione non fa altro che infastidire i suoi alleati ed indebolire la sua presunta leadership ma, nello stesso tempo, bisogna dire che è l'unico modus operandi che Prodi può seguire per cercare di restare in sella: un giorno accontenta i comunisti, l'altro i riformisti. A questa situazione d'instabilità permanente non ci sono rimedi politici seri e risolutivi. Se Prodi rimane in sella sarà questo l'andazzo per i prossimi cinque anni. E' questo ciò che serve al Paese?

David Consiglio

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Ragionpolitica, periodico on line n.178 del 19/9/2006
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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