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Uccisi i tre cattolici indonesiani condannati a mortedi Mario Secomandi - 23 settembre 2006 Nulla da fare. Non v'è stato scampo per i tre cattolici su cui pesava una condanna a morte sin dal 2001. Il plotone d'esecuzione del boia indonesiano ha premuto il grilletto facendo esalare l'ultimo respiro a Fabianus Tibo, Dominuggus Da Silva e Marianus Riwu. A loro, ad i loro congiunti ed alla comunità cristiana indonesiana tutta va la nostra solidarietà, cordoglio e vicinanza umana e spirituale. Ma andiamo con ordine. Tutto è cominciato nel periodo fra il 1999 ed il 2001, quando nella regione di Poso, sull'isola di Sulawesi (in Indonesia), erano scoppiati alcuni scontri e violenze di carattere interreligioso, in cui persero la vita oltre che molti cristiani anche decine di musulmani. Da qui l'accusa di corresponsabilità in tale massacro rivolta dal tribunale regionale di Palu ai succitati tre cattolici ora divenuti nuovi «martiri innocenti». A nulla sono valsi l'appello per la grazia espresso in agosto da Benedetto XVI al presidente indonesiano, le manifestazioni di protesta delle comunità cristiane del posto, e le tante richieste in favore di un atto di clemenza formulate da istituzioni politiche ed organizzazioni umanitarie, di fronte ad una sentenza di morte che ha tutti i connotati per essere considerata come profondamente affrettata, sommaria ed ingiusta. Più in particolare, se si focalizza l'attenzione sull'andamento dello stesso iter processuale, può facilmente notarsi come gli aspetti per così dire di scarsa legalità abbondino. I tre imputati si sono senza soluzione di continuità dichiarati, con l'ausilio dei loro legali, assolutamente innocenti. Il rifiuto della concessione della grazia da parte del presidente Susilo Bambang Yudhoyono fa da pendant a come questo Stato del Sud-est asiatico si sia andato caratterizzando alla stregua di ingiusto ed inumano carnefice. Un vero e proprio arido cinismo è stato in buona sostanza manifestato da parte delle autorità indonesiane a fronte delle tante veglie di preghiera ed accorate manifestazioni pacifiche. Fra una sequela di ricorsi, estenuanti rinvii e finti ripensamenti, la verità è che nel corso del processo non sono emerse prove provate che attestino con certezza una qualche responsabilità dei tre cattolici nelle violenze avvenute nel 2000. Da parte di non pochi esperti e svariate Ong non v'è dubbio sul fatto che costoro non potessero essere i «mandanti» della carneficina; persino Amnesty International, per bocca dei suoi responsabili, ha fatto sapere come «i tre uomini non abbiano beneficiato di un processo equo». I legali dei tre hanno anche portato il caso davanti alla Corte penale internazionale a Ginevra. Va ribadito, su tutto, che i tre giustiziati non erano certamente dei leader, così come non erano affatto in grado di pianificare ed organizzare massacri sistematici di musulmani. Essi erano, in buona sostanza, soltanto tre semplici poveri contadini, poco istruiti ed anche inesperti, alle prese con le quotidiane difficoltà fatte di povertà ed insicurezza, anche in virtù dei ripetuti vuoti di legalità e dell'inefficace azione delle forze dell'ordine del posto nel prevenire ex ante, piuttosto che nel reprimere ex post, le manifestazioni di violenza. L'unico loro problema è stato sicuramente quello di essere di salda fede cattolica. E' evidente allora come l'esecuzione dei tre cattolici in quella che è la nazione islamica più popolosa del mondo sia stata il frutto avvelenato di un processo iniquo, strumentalizzato politicamente in quanto segnato dal clima di forte tensione interreligiosa, sulla scorta peraltro dalle soffocanti e reiterate pressioni da parte di ambienti estremistici islamici in direzione della loro condanna a morte ed uccisione. I gruppi musulmani fondamentalisti pretendevano infatti per i tre cristiani la medesima sorte riservata agli autori (islamici) degli efferati attentati terroristici perpetrati a Bali nel 2002. In più, si ha notizia del fatto che l'accusa e colpa attribuita ai tre imputati cristiani sia probabilmente derivata - ecco qua un altro altarino scoperto - da una loro pregressa denuncia nei confronti di alcuni ufficiali governativi in merito al coinvolgimento di questi ultimi negli stessi scontri interreligiosi che hanno mietuto migliaia di vittime. A riprova di come i tre siano stati degli innocenti agnelli barbaramente condotti al macello ed uccisi per la loro fede, potendo dunque ben essere i nuovi martiri asiatici d'inizio millennio, v'è l'inumano ed inconcepibile rifiuto da parte delle autorità indonesiane di concedere loro il permesso di assistere alla messa in carcere, di assumere i sacramenti e far allestire la camera ardente nella cattedrale cittadina dopo il loro decesso. L'Indonesia, che in teoria e (solo?) sulla carta è uno «Stato laico di fede musulmana», si inserisce in una scia nella quale si fa sempre più vittima delle pressioni dell'islam fondamentalista, ciò con evidenti ripercussioni nell'ambito politico-istituzionale, dal momento che sono in proliferazione i gruppi radicali che minano le basi del dialogo e della pace proponendo l'imposizione della Sharia. Tutto ciò non va che ad innestarsi sul tronco delle persecuzioni che i cristiani subiscono quasi quotidianamente nei Paesi islamici, e dell'ignavia da parte dell'Occidente, non di rado dimentico della grandezza ed universalità delle sue radici giudaico-cristiane e delle sue società democratico-liberali. Solo la libertà religiosa, la centralità della persona umana, la sacralità della vita ed una sana laicità a livello dei rapporti tra Stato e religione possono essere alla base del dialogo interreligioso e di una pacifica convivenza. L'islam odierno è chiamato a misurarsi con tali canoni e fondamenti dell'umanesimo.
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Ragionpolitica, periodico on line n.178 del 19/9/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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