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Prodi e la Cina comunistadi Stefania Lapenna - 26 settembre 2006 Le ultime due settimane non sono state certo positive per l'immagine del nostro paese a livello internazionale. La visita di Prodi nella Cina comunista era iniziata all'insegna del solito tour nelle nuove realtà imprenditoriali cinesi in cerca di opportunità per il mercato italiano.Ma è proseguita con Prodi che ha chiesto la fine dell'embargo alla vendita di armi al regime cinese. Embargo che, è bene ricordarlo, fu imposto dopo il massacro di Piazza Tienamen nel 1989. Questa richiesta è stata fermamente respinta dalla stessa Unione Europea della cui Commissione Prodi è stato presidente fino a qualche anno fa. Più preoccupante ancora è il silenzio del ministro Emma Bonino. Quest'ultima, da anni impegnata in campagne a favore dei diritti umani nel mondo, vestiti i panni di ministro non ha fatto altro che avvallare la «missione cinese» del presidente del Consiglio, nel nome del «bene per l'Italia». Non è tanto il «tradimento» della Bonino alle lotte per i diritti umani che ha condotto valorosamente in passato quel che più sconcerta, quanto la credibilità internazionale del nostro paese a livello di mondo democratico. Le parole di Prodi sull'embargo alla vendita di armi alla dittatura militare cinese non sono state respinte solo dall'Unione Europea, ma anche dagli Usa e dalle associazioni cinesi che si battono per i diritti umani. Basta farsi un giro nei siti internet del gruppo religioso Falun Gong per avere un «assaggio» di come il regime cinese tratta i dissidenti e di ciò che potrebbe fare di peggio in caso l'embargo dovesse essere sospeso. Pochi ne parlano, ma in Cina stanno aumentando le proteste popolari, molte delle quali vedono come protagonisti i contadini cinesi che, nonostante i problami dell'ideologia comunista, rappresentano la fascia di popolazione maggiormente perseguitata e sfruttata. Questa situazione non può che preoccupare il regime cinese, che ha «pensato bene» di prendere di mira anche Taiwan, un'isola governata da un sistema democratico e la cui popolazione aspira fortemente a difendere la sovranità nazionale e la democrazia. Mentre è tristemente vero che tutti i leader del mondo occidentale e democratico fanno affari con la dittatura cinese, l'unico leader di un paese democratico a prendere nettamente le difese della Cina contro Taiwan e ad invocare la vendita di armi al regime è Romano Prodi. Ci si aspettava che almeno il ministro Emma Bonino frenasse sulle affermazioni di Prodi. Invece, c'è stato silenzio e durante tutto il viaggio diplomatico la Bonino non ha neanche accennato alla questione diritti umani. E' difficile credere che il governo italiano non sappia come il regime cinese intende usare le armi che gli dovessero essere vendute qualora l'Unione Europea accogliesse la folle richiesta di Prodi. La Cina punta tutto sull'aggressione all'isola democratica di Taiwan. Aggressione volta ad annettersi l'isola, distruggerne le istituzioni democratiche e sottometterla ad un sistema totalitario comunista. Prodi farebbe bene a specificare se la sua era solo una infelice battuta, oppure un vero e proprio obbiettivo. Se si trattasse di quest'ultimo, il governo italiano potrebbe essere chiamato in futuro a rispondere di complicità con i crimini e le guerre annessionistiche cinesi. Stefania Lapenna |
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Ragionpolitica, periodico on line n.179 del 26/9/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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