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numero 280
6 marzo 2008
 
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Il coraggio di dire la verità

di Gianni Baget Bozzo - tratto da Il Giornale del 26 settembre 2006

Il Papa ha dovuto diplomatizzare lo scontro nato dalla citazione di Manuele II Paleologo. La piazza islamica era immediatamente insorta contro il giudizio dell'imperatore, che pur contiene in sé tanta parte di verità. Certo, l'Islam non è né tutto né solo violenza. E del resto non è la sola religione ad aver usato mezzi coercitivi per imporre le sue dottrine. Lo ha fatto anche il Cristianesimo. La fine della coercizione religiosa in Occidente non ha più di due secoli. Ma è certo che nessuna religione ha avuto la capacità di imporre per principio con la forza il suo credo quanto l'Islam. Benedetto XVI ha fatto risalire questa scelta, nel suo discorso a Ratisbona, all'essenza stessa dell'Islam: Dio visto come volontà di potenza che impone ai credenti di obbedirlo e servirlo e non riconosce né la preesistenza di vincoli naturali né la possibilità di evitare la scelta.

Il Papa doveva ricucire i rapporti con il mondo islamico dopo aver detto la verità proibita. La società delle comunicazioni ha fatto delle masse islamiche un protagonista del nostro tempo, sicché il sentimento che ne nasce è la soggezione. Proprio per il fatto che l'Islam è una religione e parla di Dio in termini simili ma non omologhi alla fede cristiana, esso ha acquisito il volto di un messaggio trascendente che fa dei suoi militanti una forza spirituale, una forza che si impone sia con la dignità del suo messaggio sia con la potenza delle sue masse. Il Papa non poteva che riparlare, di fronte all'Islam, la piattaforma di linguaggio che nasce dal Vaticano II: un linguaggio che vuole nascondere le chiarezze della dottrina e le asperità del reale in modo da celare i conflitti sotto l'armonia dei segni. Il Papa doveva farlo perché non sarà solamente suor Leonella a pagare il coraggio di Benedetto XVI: la shari'a invisibile censura la chiarezza in Occidente e la vita dei cristiani nelle terre islamiche.

Benedetto non ha più parlato dello spirito di Assisi e delle intese religiose. Su questo punto il dialogo non ha senso. L'Islam non conosce il logos, cioè l'uso della ragione interpretativa nella lettura dei testi sacri, e quindi viene meno il dialogo. Non dialogando con il Corano, il musulmano non può nemmeno dialogare con il cristiano. Ma che l'antico imperatore sia sorto a dire la verità che tutti conoscono, cioè l'uso della forza come essenziale al concetto di Dio che ha l'Islam, è una cosa rallegrante. Il Papa ci ha fatto sognare perché ha dato ai cristiani e ai laici occidentali il coraggio di fronte all'onnipresenza e alla potenza dell'imposizione musulmana. Magdi Allam giustamente afferma che gli Stati non hanno autorità nel mondo islamico, ma è appunto per questo, perché sono un'impronta dello Stato occidentale, che il Papa li ha scelti come interlocutori. Essi hanno benedetto l'iniziativa papale e la presenteranno ai loro governi, e soprattutto ai loro popoli, come un cedimento di Roma. Ma noi sappiamo che il vero Ratzinger e il vero Papa e, con lui, il popolo cattolico, sono nel discorso di Ratisbona.

Sarebbe stato meglio se il Papa non avesse fatto sorgere dal silenzio l'imperatore e fosse rimasto solo il linguaggio che nasconde il reale? Non crediamo: meglio aver detto una verità scomoda che avere nascosto una verità conosciuta da tutti. Certamente rimarrà il giudizio del «partito intellettuale», secondo cui Benedetto ha svolto una lezione da professore dimenticando di essere il Papa. Eppure vi è il timore che l'imposizione della shari'a diventi sempre più reale e che dell'Islam non si possa dire che bene. Solo di Gesù Cristo si può parlar male: ma proprio questo mostra il valore che ha per i cristiani la libertà dei figli di Dio.

! Gianni Baget Bozzo
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