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6 marzo 2008
 
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Benedetto XVI dialoga con gli Stati e la storia, non con le religioni

di Raffaele Iannuzzi - 28 settembre 2006

Il Benedetto XVI che incontra gli ambasciatori dei Paesi islamici e i membri della Consulta per l'Islam italiano è lo stesso Benedetto XVI che, a Ratisbona, riflette radicalmente sul nesso fede-ragione, concludendo, in totale sintonia con la sua opera magistrale, Introduzione al Cristianesimo, pubblicata nel 1967, che il Verbo del Dio di Gesù Cristo è, insieme, Spirito e Logos. Dunque, è il Dio che apre le sponde della ragione umana all'incontro con il Trascendente. Non a caso, il Papa, a Castel Gandolfo - proprio dopo aver citato il testo conciliare (la Dichiarazione Nostra aetate, n.3), due discorsi del 2005, rispettivamente alle Chiese e Comunità ecclesiali e di altre tradizioni religiose, infine lo storico discorso ai rappresentanti di alcune comunità musulmane a Colonia, sempre del 2005 - afferma, con precisione: «In un mondo segnato dal relativismo, e che troppo spesso esclude la trascendenza dall'universalità della ragione, abbiamo assolutamente bisogno d'un dialogo autentico tra le religioni e tra le culture, un dialogo in grado di aiutarci a superare insieme tutte le tensioni in uno spirito di proficua intesa».

Un dialogo, dunque, fondato sulla verità religiosa e razionale. Quale verità? Ecco il punto. La stessa verità affrontata a Ratisbona e che ha fatto esplodere la rabbia dei mullah e degli ulema, i dottori della legge islamica: la religione non ha niente a che fare con la violenza. Quando quest'ultima domina il territorio della religione, allora siamo fuori della ragione, cioè del logos. Conseguenza prima di questa fuoriuscita è quella ben descritta dal filosofo americano Lee Harris, sul Foglio: la comunità umana viene distrutta dall'inumanità della violenza, cioè, per usare un termine singolare, dalla «sragione» che si alimenta di pregiudizi irrazionali. Questo è il dato storico con il quale Benedetto XVI si confronta. Un dato storico - si badi - non esclusivamente teologico e/o religioso. La durezza delle reazioni dei mullah e degli ulema, anche dopo l'incontro di Castel Gandolfo, dimostra come l'Islam mondializzato, come ha scritto Roy, sia un ordine del discorso allegato alla globalizzazione mondiale ed al multiverso mediatico. Un ordine del discorso che, paradossalmente, tanto meno è inserito nella verità religiosa quanto più abita il mondo comunicativo virtual-retorico.

La tesi di fondo dell'Islam mediatizzato degli ulema è la seguente, sintetizzata dal corrispondente al Cairo de La Stampa, Ibrahim Refat: «D'altronde, nel mondo islamico è ormai diffusa la convinzione che Papa Ratzinger sia divenuto alleato degli Stati Uniti e della Gran Bretagna in una crociata cristiano-giudaica contro l'Islam, camiffata dalla guerra al terrorismo». Una tesi del tutto infondata, come dimostra da tempo la libertà di giudizio di Benedetto XVI nei confronti degli Stati Uniti e, ancor più, come dimostra la logica consequenziale così rigorosa del suo discorso agli Stati ed alle singole comunità storiche di religiosi islamici. Colonia è un esempio illuminante di questo approccio del tutto nuovo. Benedetto parla agli Stati, alle comunità storiche delle grandi religioni, alle culture mondiali, non intesse un dialogo interreligioso sulle orme di Assisi 1996. Ecco perché il Papa cita il Vaticano II e la troppo spesso negletta Dichiarazione Nostra aetate, un manifesto di oggettività storica e culturale.

Non è contro il Vaticano II che si può andare per rimettere in piedi un logos universale della comunità mondiale degli Stati - sembra osservare il Pontefice -, bensì è nel corpus del suo magistero che ritroviamo i semi sparsi di un confronto fondato sulla preminenza pubblica e ordinatrice del Papato. Questa è la straordinaria operazione di Benedetto, in ciò assonante con la lettura schmittiana della Chiesa come complexio oppositorum. La sponda teorica di questo ordine concettuale è Agostino ancor più che l'Aquinate, come, del resto, il testo decisivo della teologia di Ratzinger, sopra citato, si fondava sulla connessione tra i filoni biblico e agostiniano, in un serrato dialogo, mai spento, con la modernità. Ecco, in sintesi, la traccia originaria del Vaticano II, con la notevole riscoperta del Papato come forza storica riconciliatrice e propulsiva di nuova civiltà umana.

Stando così le cose, sbaglia Khaled Fouad Allam, su Europa, quando osserva criticamente: «E' significativo osservare oggi il lento spostarsi del dialogo delle religioni verso il dialogo delle culture. Il pessimismo che attraversa le religioni corrisponde al loro scivolare verso un ipotetico dialogo delle culture: ma si tratta di un errore e di un rischio, perché il problema del dialogo tra le religioni è e sarà al centro della nostra sopravvivenza, come ha ricordato il Santo Padre. Forse l'unica strada percorribile è quella di tornare al linguaggio della fratellanza e dell'amore. Per i cristiani, l'amore di Cristo può essere condiviso nell'amore per i musulmani e per tutti i fratelli delle altre religioni; perché solo quando ci si sente amati, si può amare».

Ma è proprio per evitare che il dialogo interreligioso finisca nella deriva non oggettiva e non legata alla ragionevolezza della civiltà umana - quella, retorica, della fratellanza e dell'amore - che Benedetto apre la partita del confronto con gli Stati, le diplomazie, le comunità storiche dei credenti musulmani e dei popoli arabi. Non solo. E' anche per questa ragione che il richiamo alla ragionevolezza storica ed umana - di cui la religione deve farsi portatrice, per essere davvero edificatrice di una nuova civiltà umana - avviene attraverso il richiamo alla Tradizione del magistero conciliare. Come a dire: seguendo la storia della Chiesa nel suo approdo alla modernità non modernista. Lo stesso approdo di Papa Ratzinger, che accetta di buon grado i guadagni decisivi del Moderno, consapevole che tutto ciò non possa che derivare dalla Cristianità. Cioè, dal Papato.

! Raffaele Iannuzzi
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