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numero 280
6 marzo 2008
 
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La sindrome del complotto

di Stefano Magni - 28 settembre 2006

C'è una curiosità morbosa e diffusa che caratterizza l'opinione pubblica nei confronti delle teorie cospirative, delle teorie alternative, delle congetture e dei dubbi che continuano a sorgere sulla «versione ufficiale» dell'11 settembre. Il pubblico aumenta: la puntata di Matrix dedicata alla storia parallela dell'11 settembre è stata seguita da un milione e mezzo di persone. La puntata di Report sullo stesso tema ha fatto il doppio: quasi 4 milioni di telespettatori. E a parlare con la gente di strada si iniziano a percepire gli effetti di questa propaganda: un tassista che mi consiglia vivamente di leggere Meyssan (quello de L'incredibile menzogna), una signora al supermercato che afferma «Quegli americani non la contano mica giusta», gli spettatori di «United 93» che alzano il sopracciglio e si chiedono «ma non sarà tutta propaganda?», un giovane che pure ha sempre votato centrodestra che fa la faccia di quello che «l'ha capita tutta» e dice «beh, diciamocelo: i nostri hanno fatto veramente una porcata l'11 settembre. E' chiaro che le guerre americane sono per il petrolio». A poco più di cinque anni dall'attacco al cuore degli Stati Uniti, la gente si sta convincendo che il terrorismo non esiste, che Bush si è inventato tutto e che la guerra contro gli jihadisti è solo un pretesto per l'espansionismo americano. Un fenomeno di questo genere sarebbe comprensibile se fossero emerse nuove prove sull'esistenza di un complotto americano. Ma non è emerso un bel niente.

Affermare (con tanto di studi scientifici) che le Torri Gemelle non crollarono a causa dell'impatto degli aerei non è una prova in sé, ma è un'ipotesi teorica. Lo stesso si può dire per il crollo del WTC 7. Anche l'affermazione «nessun aereo si schiantò sul Pentagono» perché «mancano le tracce di un aereo» e perché «nessuno lo ha visto» sono tutte ipotesi, dubbi, congetture, ma non prove. Ancor più astratto è il ragionamento che mette in dubbio la «versione ufficiale» sul volo United 93 perché «il cratere dell'impatto è troppo piccolo», «una testimone vide un aereo più piccolo volare in quella zona» e «la zona dell'impatto al suolo fu isolata frettolosamente dalle autorità». Anche in questo caso ci possono essere dubbi sulla «versione ufficiale», ma non prove che dimostrano un'altra realtà dei fatti. E i dubbi possono continuare a sorgere. È normale porsi domande su ogni prova, soprattutto quando si sta parlando di un evento così traumatico. Tuttavia è quantomeno particolare che tutti i tentativi di falsificazione portino ad un'unica ipotesi alternativa: quella di un nemico interno al sistema di governo americano. Se le Torri Gemelle non sono crollate a causa dell'impatto con gli aerei, allora voleva dire che «si tratta di una demolizione controllata», dunque «qualcuno» che conosceva benissimo la struttura delle Torri Gemelle ha posizionato in anticipo diverse tonnellate di cariche da demolizione dentro di esse. E così anche nel WTC 7. Se nessun aereo ha colpito il Pentagono, allora vuol dire che a sventrarne una facciata è stata una bomba, o un missile da crociera lanciato da vicino, o da qualcuno che conosceva molto bene l'area e disponeva di armi molto sofisticate. Se il volo United 93 è stato abbattuto dai caccia e le autorità hanno simulato un impatto in un'altra area, allora vuol dire che la sua distruzione era stata pianificata in anticipo. Tutto molto bello e affascinante, ma chi sostiene queste tesi forse non si accorge di compiere un clamoroso salto logico. Non essendoci una sola prova a loro vantaggio, non possono dedurre una versione dei fatti alternativa limitandosi a contestare quella «ufficiale».

Chi sostiene una tesi dovrebbe soprattutto portare delle prove. Siccome dalla parte della «versione ufficiale» ci sono prove molto numerose e solide, gli alternativi dovrebbero portare a loro volta delle prove altrettando solide. Anzi: prove straordinarie, vista l'eccezionalità della loro tesi. Vuoi dimostrarmi che le Torri Gemelle e il WTC 7 sono stati distrutti con una demolizione controllata? Fammi vedere le cariche, gli ordini di demolizione, i piani, almeno uno dei demolitori disposto a testimoniare. Vuoi dimostrarmi che nessun aereo ha colpito il Pentagono? Allora mostrami almeno le foto di ciò che lo ha colpito, del missile, o della bomba; trovami chi ha effettuato il lancio, trovami almeno le tracce di un missile, trovami chi ha organizzato l'operazione o partecipato ad essa. E poi fammi vedere dove è finito il volo American Airlines 77: se non ha colpito il Pentagono, dove è finito? E l'aereo abbattuto dai caccia? Dove sono i caccia? Chi diede l'ordine? Dove sono finiti i piloti? Se non è precipitato nel luogo di impatto noto a tutti, dove sono i resti di United 93? Niente. Gli scettici non hanno alcuna prova a loro vantaggio. Chi mette in dubbio la «versione ufficiale», il più delle volte compie un ragionamento retroattivo, tipico delle ideologie: sa già la risposta («il nemico è dentro il sistema americano») e tenta furiosamente di negare o confutare qualsiasi verità diversa dalla sua, cercando, prima di tutto, di smentire la validità delle prove.

Sono molto diffuse le ideologie che attribuiscono tutte le colpe a priori agli Stati Uniti, al loro sistema e alla loro stessa esistenza, per cui è facile capire perché in Italia si creda così tanto a queste versioni alternative della storia. I «complottisti» e gli scettici, poi, tendono ad essere molto agguerriti: si sentono investiti di una missione epocale e spesso bombardano gli antagonisti con e-mail lunghissime, argomenti per intimidazione («ma non mi dire che...») e discorsi/fiume. È facile che una persona che ha altro di meglio da fare nella vita molli il colpo e li lasci parlare a ruota libera. Ma la loro diffusione è anche colpa delle autorità e di tutti coloro che amano la verità. Già accettare di essere etichettati come sostenitori di una «versione ufficiale» è l'ammissione di una resa intellettuale, perché si accetta di relativizzare la realtà. Ciò che è sotto gli occhi di tutti ed è stato dimostrato da migliaia di prove viene messo sullo stesso piano di ipotesi e congetture motivate da ideologie anti-americane. E questa è già una sconfitta. La sconfitta diventa rotta nel momento in cui i sostenitori delle teorie alternative continuano a mantenere l'iniziativa: paradossalmente sono loro a continuare a chiedere alle autorità di mostrare le prove di una versione dei fatti che fu sotto gli occhi di tutti. Sinché l'iniziativa resterà nelle loro mani, sempre più gente avrà dubbi su quel che è realmente accaduto. Ma se si vuole fermare questa tendenza, basta rivolgere ai cospirazionisti una semplice domanda: «Dove sono le tue prove?».

! Stefano Magni
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