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numero 280
6 marzo 2008
 
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Non c'è dialogo senza «logos»

di Gianteo Bordero - 28 settembre 2006

Uno dei tanti meriti del discorso di Benedetto XVI all'università di Ratisbona è stato quello di aver chiarito su quali basi sia possibile intessere un rapporto di civiltà con il mondo musulmano. Come? Innanzitutto è necessario prendere coscienza delle profonde differenze che intercorrono tra il Cristianesimo e l'Islam. Differenze che il cardinale Ratzinger ha descritto in una pagina del suo libro Il sale della terra e in occasione di un seminario con i suoi ex allievi, svoltosi a Castel Gandolfo nel settembre 2005.

Prima differenza, che potremmo definire «strutturale»: «L'Islam non è una grandezza unitaria, non ha nemmeno un'istanza unitaria, perciò il dialogo con l'Islam non è sempre un dialogo con determinati gruppi. Nessuno può parlare a nome di tutto l'Islam, che non ha un magistero dottrinale comune». Quando si invoca, dunque, il dialogo con l'Islam, si deve tenere presente il fatto che esso si declina al plurale, e che perciò, in assenza di una gerarchia paragonabile a quella della Chiesa - che vede nel Papato il suo punto supremo non solo di autorità, ma anche di universalità -, rimane in ultima istanza complesso impostare un dialogo che coinvolga nel suo insieme il mondo musulmano. Un problema, questo, emerso ad esempio in occasione del dibattito innescato dalla proposta del cardinale Martino di inserire l'insegnamento del Corano nelle scuole italiane in modo simile a quanto accade con l'ora di religione cattolica: cosa, questa, che richiederebbe un apposito Concordato tra lo Stato italiano e un'istanza rappresentativa e riconosciuta come autorevole da tutti i musulmani presenti in Italia - istanza a tutt'oggi inesistente.

La seconda differenza tra Islam e Cristianesimo sottolineata da Ratzinger riguarda l'essenza stessa delle due religioni, con un risvolto politico e sociale: «Il Corano è una legge religiosa che abbraccia tutto, che regola la totalità della vita politica e sociale e suppone che tutto l'ordinamento della vita sia quello dell'Islam. La shari'a plasma una società da cima a fondo». Per questo «l'Islam pensa e organizza in maniera completamente diversa i rapporti tra società, politica e religione». E, al contrario di quanto accade col Cristianesimo, base di una genuina laicità, «l'Islam non conosce affatto la separazione tra la sfera politica e quella religiosa». Si badi: Ratzinger non fa riferimento a frange musulmane estremiste, ma va a toccare la stessa essenza dell'Islam, spazzando via ogni equivoco politicamente e religiosamente corretto, che tende a sottolineare soltanto gli aspetti comuni tra le religioni tacendo sulle loro differenze radicali, che hanno poi ricadute anche sulla concezione e sull'organizzazione della società e della politica. Ratzinger, così, da un lato mostra come la storia occidentale, modernità compresa, porti su di sé l'impronta della distinzione tra la sfera civile e quella religiosa, contenuta nel Vangelo; dall'altro, ricorda che per sua stessa natura l'Islam tende a costruire modelli sociali la cui bontà viene valutata dagli stessi musulmani in base alla congruenza con la totalità dei dettami del Corano. Così nell'Islam «esiste un chiaro assoggettamento della donna all'uomo, come anche un ordinamento del diritto penale e delle relazioni sociali molto rigido e opposto ai nostri moderni concetti di società. Deve esserci chiaro che non si tratta di una confessione come tante altre, e non si inserisce nello spazio di libertà della società pluralistica».

E veniamo alla terza differenza, stavolta teologica, quella su cui ha insistito Benedetto XVI nella sua lectio magistralis di Ratisbona, non meno gravida di conseguenze delle prime due. Nel convegno con i suoi ex allievi su Islam e Cristianesimo - racconta Samir Khalil Samir, presente all'incontro, Ratzinger è «partito da un punto di vista teologico, tenendo conto della concezione islamica della rivelazione: il Corano "è disceso" su Maometto, non è "ispirato" a Maometto. Per questo il musulmano non si sente in diritto di interpretare il Corano». Mentre per il Cristianesimo le Sacre Scritture sono un testo rivelato e non dettato, un'opera a cui concorrono l'iniziativa divina e la risposta umana, cioè la capacità dell'uomo di accogliere un Dio che gli si fa vicino nella storia, per l'Islam il Corano cala dall'alto su Maometto e sui musulmani come pura espressione di volontà di sottomissione: non c'è, come avviene nel Cristianesimo, mediazione, azione comune di Dio e dell'uomo; non c'è lo spazio della libertà umana di fronte alla parola di Dio, ma solo necessità di sottomissione. Non c'è - e qui ritorniamo al discorso di Ratisbona - l'azione della ragione umana, non c'è lo spazio del logos che interpreta (l'interpretazione implica un rapporto tra soggetto che interpreta e soggetto che parla). Così, per dirla con Theodore Khoury, l'editore del dialogo tra Manuele II Paleologo e il persiano colto citato da Benedetto XVI, «per la dottrina musulmana Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza».

Essendo queste le differenze tra Cristianesimo (e Occidente) e Islam, è chiaro che il dialogo non può essere impostato in primis né su una base teologica né su una base religiosa in senso stretto, perché ciò creerebbe - e ha creato anche nel passato più o meno recente - enormi equivoci, come se bastasse nascondersi sotto lo scudo protettivo del comune monoteismo per far scomparire di colpo ciò che divide. Da tanto tempo, invece, Ratzinger ci ripete che per dialogare bisogna essere consapevoli della propria identità (da qui la critica all'Occidente smemorato e distratto) e quindi consapevoli delle differenze rispetto alle altre culture e alle altre religioni (da qui la sottolineatura degli aspetti che dividono il Cristianesimo dall'Islam).

Su quale base, dunque, impostare il dialogo? Su una base, potremmo dire, «umanistica» nell'accezione migliore del termine: occorre cioè partire dagli elementi veramente comuni non tanto alle due religioni, quanto agli uomini in quanto tali. E l'elemento comune - il Papa lo ha detto chiaro a Ratisbona - è quello del logos, della ragione capace di cogliere gli aspetti essenziali della realtà e della vita. Quel logos che è come una mappa di orientamento di fronte alle domande più profonde che abitano ontologicamente il cuore di ciascuno. Per questo, nel suo discorso agli esponenti della Consulta islamica italiana e agli ambasciatori di alcuni Paesi a maggioranza musulmana, Benedetto XVI ha ricordato la necessità di un impegno comune per «la difesa e la promozione dell'essere umano e dei diritti che ne derivano», perché è proprio difendendo e promuovendo il logos che è possibile costruire rapporti di civiltà che rifuggano la violenza e siano invece improntati alla pace e al rispetto reciproco. Così si comprende anche perché la Santa Sede, a seguito delle prime polemiche successive alla lectio di Ratisbona, abbia sottolineato come, in realtà, l'intervento del Papa non volesse rompere il dialogo, ma semmai volesse favorirlo, in uno spirito di verità e chiarezza, impostandolo sulla base del comune riconoscimento di quel principio universale, il logos appunto, che può garantire una fruttuosa e ordinata convivenza tra le varie culture e religioni.

E' questa la sfida che Ratzinger ha lanciato a un tempo all'Islam che porta la fede con la spada, all'Occidente dimentico delle sue radici spirituali e anche al Cristianesimo, chiamato a recuperare in tutta la sua portata il legame della fede con la ragione, la ragionevolezza dell'annuncio cristiano e la sua corrispondenza alle attese più profonde del cuore dell'uomo.

! Gianteo Bordero
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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