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6 marzo 2008
 
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Lotta di classe a palazzo Chigi

di Raffaele Iannuzzi - 30 settembre 2006

Paolo Macry, all'indomani della sconfitta della CdL alle regionali ed alle amministrative dell'aprile 2005, osservava, sul Riformista, che era in corso la «rivincita della sociologia», perché la gente votava col portafogli e questo fenomeno era destinato a rovesciare progressivamente le sorti della politica italiana. Un messaggio, questo, indirizzato a suo dire tanto alla destra quanto alla sinistra. Ragionamento sensato e realistico. Oggi, infatti, la sinistra al governo si trova di fronte ad un evidente problema di «portafogli». Aggravato, inoltre, dallo stato di sfiducia generalizzata nei confronti di Prodi, un premier non più credibile, posto che lo sia mai stato.

La manovra fiscale è devastante. Che Rifondazione scriva sui suoi manifesti «che anche i ricchi piangano» è il segno della destrutturazione complessiva di una qualsivoglia forma di politica riformatrice di sinistra. Il governo sta pagando pegno a questa sinistra comunista massimalista che, nell'intervento di Giordano in aula, durante il dibattito parlamentare sull'informativa di Prodi sullo scandalo Telecom, è giunta a richiedere, sic et simpliciter, la nazionalizzazione delle telecomunicazioni, con l'aggiunta di nuove tutele a vantaggio dei lavoratori. Tutele extra-mercato, da ricavare con assegni in bianco pagati dai contribuenti. La strategia della sinistra comunista è chiara: il trade-off tra lo Stato e i lavoratori deve pendere a favore di questi ultimi. A detrimento della ripresa economica, concepita come variabile dipendente dalla duplice forbice costituita dalla tutela dei lavoratori (previo ricatto sindacale) e la vendetta sociale a mezzo della leva fiscale. Tutto chiaro e alla luce del sole. Tutto come nei programmi, non nel programmone acchiappa-tutto dell'Unione, ma in quello dei partiti comunisti che hanno garantito a Prodi la sua pur fragile vittoria elettorale. Questo è il primo dato.

L'altro elemento, non meno importante, è la manovra fiscale nei suoi effetti di impoverimento progressivo dei ceti medi e di calo crescente delle aspettative di fiducia del contribuente nei confronti dello stato. Due fattori interconnessi e decisivi. E' in corso una lotta di classe a Palazzo Chigi. La manovra fiscale, a carico di una finanziaria senza contrappesi positivi in termini di crescita (e, per giunta, priva di ogni provvedimento sugli addizionali della spesa pubblica, contrariamente alle dichiarazioni di Padoa Schioppa), determina uno shock sociale non indifferente. Uno shock che si carica della drammaticità di uno scontro di classe ai limiti dell'odio di classe. Se è vero, come alcuni sostengono, che le aliquote da 70.000 euro sono poco più dell'1,5%, cosa tutta da verificare, è d'altro canto certamente vero che un governo che imbocca la strada dell'imposizione di un'aliquota così pesante, il 43%, su redditi infondo normali, trasmette un messaggio alle classi medie e produttive del tutto disincentivante. Cioè, separa la sua gestione della cosa pubblica dalla competitività, creando una sorta di divaricazione a vantaggio parziale dei lavoratori dipendenti, con uno scollamento tra redditi altissimi e redditi bassi del tutto sproporzionato. Una società a due piani. Con le classi medie proletarizzate e disincentivate, vessate sui redditi e sui risparmi (tassazione dei Bot), dunque esclusa dalla corsa verso l'alto. Tutto ciò con una rigidità di valutazioni sulla legge Biagi che fa presagire un ulteriore ridimensionamento della mobilità sociale, già così scarsa, nel nostro Paese.

Lotta di classe, dunque, a Palazzo Chigi. Ma vi è di più. Questa lotta di classe ha un riverbero immediato anche sui partiti che compongono la coalizione dell'Unione. Mastella si è già dichiarato contrario alla manovra fiscale ed alla finanziaria nel suo complesso, altrettanto hanno fatto l'Italia dei Valori e i Verdi. Per ragioni radicalmente diverse, ma tutti insieme in un coro di no alla finanziaria. I partiti sono latori di interessi precisi e rappresentano blocchi sociali determinati. Ne consegue che, anche sul piano politico, la lotta di classe, a Palazzo Chigi, non sia indolore. Stupisce che dichiarati marxisti come Giordano e Diliberto non abbiano tenuto in considerazione quanto sostiene Marx sulle dinamiche progressive della crescita del modo di produzione capitalistico e su come fosse decisivo avere una borghesia ricca e produttiva per allargare le condizioni di sviluppo del sistema socioeconomico, così da favorire anche la ricchezza, per via salariale, dei lavoratori dipendenti. Stupisce, sul piano teorico, ma non su quello pratico. Oggi tutto cambia, anche nel linguaggio. Una volta tutto questo si chiamava ricatto, oggi preferiscono dire: governo.

! Raffaele Iannuzzi
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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