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Il New Deal di Prodi e l'ideologia della redistribuzionedi Aurora Franceschelli - 3 ottobre 2006 Un unico grande braccio tentacolare domina l'Italia. Una potente oligarchia composta da partiti, sindacati, poteri forti legati alla grande industria e alle banche, cooperative e amministrazioni rosse sta tentando di soffocare non solo la democrazia politica, ma anche quella economica del nostro Paese. Persino all'interno di quel corpo elettorale che ha votato sinistra vi sono cittadini che si sono sentiti sbeffeggiati da promesse elettorali ora completamente disattese: anche sui loro redditi graverà la mano pesante di Visco. Lo Stato della sinistra è uno Stato usurpatore, un organismo impersonale che, attraverso lo strumento ideologico del Fisco, punta ad espropriare i cittadini e le famiglie italiane. Il meccanismo della redistribuzione dei redditi, quello a cui si ispira la politica economica dell'Unione, affonda le sue radici nella teoria keynesiana che si sviluppò nel periodo del New Deal americano, periodo in cui nacque il modello della società industriale fondato sull'intervento pesante dello Stato nell'economia, finalizzato a rimettere in moto gli ingranaggi del sistema produttivo, che entrò in crisi a partire dal 1929. Allora lo Stato fu spinto ad intervenire in modo diretto sull'economia non solo per motivi prettamente sociali, ma soprattutto per assicurare un'occupazione a suoi elettori. La redistribuzione del reddito era finalizzata al riassorbimento della sovrapproduzione industriale. Il reddito, dunque, veniva trasferito principalmente per aumentare il livello di consumo, non per tutelare i diritti sociali dei cittadini. Secondo la teoria keynesiana, infatti, la «propensione marginale al consumo» , ossia l'inclinazione a consumare, è maggiore nel meno abbiente. E qui che nasce e si sviluppa la teoria del trasferimento dei redditi, per puri motivi speculativi sia economici (far ripartire i consumi in un'ottica produttivistica), sia politici-elettorali (creare occupazione in cambio di voti). Ma in Italia l'applicazione del New Deal americano cosa ha prodotto negli anni? Se negli Stati Uniti la redistribuzione dei redditi era concepita, come detto, in un'ottica di assorbimento della produzione e rilancio della stessa, in Italia il tessuto socio-politico-economico, entro il quale è sempre stato forte il ruolo rivendicativo dei sindacati, ha intaccato lo sviluppo del nostro sistema produttivo: in America il concetto di trasferimento dei redditi non arrivò mai agli estremi, ossia ad una redistribuzione egualitaria; l'immensa ricchezza e le risorse di questo Paese non portarono mai questa idea ad un'applicazione radicale. L'Italia, al contrario, ha vissuto un'evoluzione particolare, che ha sempre visto il sindacato confederale assumere un ruolo centrale, un ruolo che lo ha visto affermare due principi che sono riusciti ha influenzare negativamente il tessuto produttivo italiano: da una parte il contratto unico (per un'intera categoria di un settore) ha disincentivato la qualificazione del lavoro, che è divenuta secondaria, dall'altra l'applicazione della teoria del salario come variabile indipendente dal lavoro prestato e l'eccessiva conflittualità nei rapporti interni alle aziende hanno nuociuto alla produttività e all'efficienza del nostro sistema economico. E allora, in un contesto di questo tipo, dove viene prodotta poca ricchezza, attuare una redistribuzione dei redditi finisce per non rientrare più in un'ottica di assorbimento dei prodotti, ma assume finalità che sconfinano in un terreno puramente assistenziale: il fine diventa quello di garantire i livelli di sussistenza (anche a chi effettivamente non ha bisogno) per motivi elettorali; a tal fine lo Stato si è servito del meccanismo del deficit spending per assumere un ruolo dirigistico di intervento nell'economia. Ma il nostro Paese, a differenza degli Stati Uniti, ha dovuto pian piano affrontare tutte le contraddizioni del suo sistema economico, dove a scarseggiare erano le risorse energetiche, risorse che ci hanno penalizzato nel mercato internazionale. La nostra sinistra italiana, prigioniera della sinistra massimalista e delle rivendicazioni ambientaliste, non potrà fare mai passi avanti in questo senso, così come, con la nuova Finanziaria, non farà passi avanti per rilanciare la competitività del nostro Paese, dove ad essere colpita da una vendetta puramente ideologica è la «classe produttiva». E' questa la «classe» che deve pagare dazio per rimediare agli errori derivanti dall'applicazione di un'idea di Stato distorta, che dal dopoguerra non si è fondata, come richiedeva la nostra Carta costituzionale, sulla centralità della persona, ma che ha visto affermarsi la supremazia del connubio tra interessi economici, politici e sindacali? E' questa la lotta di classe in versione moderna? La vendetta ideologica assume ora i connotati di una vessazione ai danni di coloro che non si riconoscono in una visione della società e dell'economia che non sia ispirata all'idea malsana del dirigismo pubblico, che, se al giorno d'oggi assume connotati e sfumature differenti, è sempre riconducibile alla stessa idea di gestione del potere: le cooperative e le ex municipalizzate sotto il controllo delle amministrazioni rosse sono esempi che rientrano sempre in questo sistema perverso di gestione dell'apparato pubblico. La Finanziaria di Prodi rappresenta, nella sua battaglia ideologica, una sorta di «cortina di ferro» che divide i cittadini italiani in due tronconi: da una parte coloro che vanno tutelati, che alla fine non sono solo le classi disagiate, dall'altra i ceti medi che la sinistra definisce «ricchi», quelli sui quali Prodi e Visco hanno deciso di infierire. In mezzo stanno coloro che, riluttanti all'«equilibrio del terrore» fiscale di Visco, saranno incentivati ad evadere le tasse, dando avvio all'inversione di quel trend positivo di aumento del gettito che il governo Berlusconi aveva favorito con la diminuzione dell'imposizione fiscale. L'idea marxista secondo la quale «non è la coscienza degli uomini a determinare il loro essere nella società, ma al contrario è il loro essere sociale che determina la loro coscienza» sembra essere, ancora oggi, il fondamento e il principio ispiratore della politica della sinistra: lo status, inteso appunto come l'essere sociale dell'uomo, dovrebbe essere sancito dall'alto attraverso lo spirito distributivo dei sindacati, e non derivare dalle capacità e dai meriti della persona che hanno terreno di cultura proprio nella coscienza personale di ognuno, dove si sviluppa il «capitale» umano. Questa idea marxista è deleteria per l'uomo perchè ne compromette la sua autonomia interiore e lo costringe ad uno sviluppo delle sue potenzialità entro una gabbia precostituita. A tutto ciò ci dobbiamo opporre in modo «inflessibile».
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Ragionpolitica, periodico on line n.180 del 3/10/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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