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Un governo di classe e di affaridi Raffaele Iannuzzi - 3 ottobre 2006 Negli anni Settanta circolava, nel Pci e in una parte dell'operaismo, una teoria politica secondo la quale la rivoluzione non sarebbe stata realizzata contro lo Stato, ma all'interno dello Stato stesso. Usando i suoi strumenti giuridico-formali, le sue leggi, mutandone il segno in direzione di un inasprimento delle tensioni di classe insorgenti nella società. Una rivoluzione legale, ad uso e consumo degli intellettuali ed i tecnici del diritto. L'università di Pisa aveva al suo interno tecnici del diritto che si consumavano nella teorizzazione di questa versione neo-gramsciana della rivoluzione. Gramsci aveva sostenuto, con una formula: la rivoluzione contro il «Capitale». In quel periodo si affermava: la rivoluzione dentro lo Stato. Non contro lo Stato, apparentemente, ma al suo interno. Negli anni Ottanta, la versione di questa visione politica neo-gramsciana venne aggiornata con alcuni corollari: il «riformismo forte» o «radicale», il governo come laboratorio politico di nuovi disegni riformatori «forti», la forma-Stato come strumento di governo e rappresentanza di alcuni interessi di classe. Le riviste Laboratorio politico e Il Centauro, entrambe legate al Pci, lanciarono questa strategia culturale di tipo neo-statalista. Accanto a questa teorizzazione vi erano, nel Pci, contatti con ambienti cattolici di sinistra, pronti ad intercettare positivamente la valenza politica del disegno strategico e neo-statalista sopra descritto. Prodi è figlio di questo mondo. Non tanto perché di tutto ciò ne abbia mai saputo granché, visti i suoi evidenti limiti culturali, quanto in ragione della sua vicinanza ad un mondo cattolico anti-liberale e progressista naturalmente omogeneo a questo modo di concepire lo Stato e la società. E' Stato proprio questo laboratorio politico neo-statalista a trasformarsi in una cerchia affaristica votata schizofrenicamente da un lato al mercatismo, dall'altro allo statalismo finanziario, cioè all'uso delle risorse pubbliche come motore della crescita dei gruppi industriali amici e collaterali. Un clientelismo di alto livello, rafforzato dall'ingresso di Prodi e di alcuni suoi amici, ad esempio l'ormai celebre Costamagna, nella Goldman Sachs. Il ruolo europeo ha infine sancito una legittimazione politica ulteriore alle fatiche di Prodi e del suo clan affaristico, culminando, l'intero processo, nella devastante operazione dell'euro, in cui si è consumato un passaggio epocale da un'economia nazionale creativa e vigorosa ad un sub-appalto geo-economico della Ue. E sto parlando dell'Italia, condannata alla minorità da uno scambio valutario lira-euro del tutto insostenibile. Sorvolo sull'Iri, perché è ormai materia di discussione nei bar, dunque non vi è molto da aggiungere. Il contesto politico-affaristico è dunque chiaro. Prodi si muove in esso e, con la nascita dell'Ulivo, l'intreccio con gli affari e le banche è diventato addirittura un tratto identitario. Il legame con i poteri forti è diventato strutturale, elevando le banche da strumenti del finanziamento dei Ds e dell'Ulivo prodiano (cioè del suo clan affaristico), a soggetto politico vero e proprio. Non è un caso che l'ira dei Ds, e di D'Alema in particolare, sia sopraggiunta in occasione dello sparigliamento delle carte rispetto alla fusione San Paolo-Banca Intesa, con l'esclusione dal gioco legato alla Telecom del Monte dei Paschi di Siena. Come non è un caso che, scoppiato il nuovo caso-Telecom, i due gruppi bancari abbiano una fretta del diavolo, altrimenti inspiegabile, di anticipare i Cda dei rispettivi istituti (fissati per venerdì 6 ottobre), onde giungere lunedì 9 ottobre ad illustrare, per mezzo delle relazioni di Corrado Passera e Alfonso Iozzo, l'iniziativa al governatore della Banca d'Italia Draghi. Tutto si tiene. Come si tiene, in questo risiko bancario, la convergente debolezza del più grande partito della sinistra, i Ds, con la crescente esposizione politica e dirigistica di Palazzo Chigi. Il risiko bancario non è più marxianamente sovrastrutturale, ma addirittura strutturale, fornisce la linea della politica di governo. Ultimo capitolo: Prodi e il comunismo istituzionale. Anche qui stesso copione. Per rimanere in sella, un governo che è una tigre di carta non può che allearsi con i soggetti forti della società, cioè con i sindacati, la Cgil in particolare, e i partiti comunisti oggi al governo. I Ds sono ormai fuori dai grandi giochi, servono soltanto a sanzionare l'evidenza di una sconfitta politica, al fine di riciclarne gli effetti con l'operazione impossibile legata alla nascita del partito che non c'è e non ci sarà mai, il partito democratico. La finanziaria appena uscita dal Consiglio dei Ministri è la cartina di tornasole dello scollamento dei Ds dall'egemonia in seno all'Unione e, di contro, dell'emergenza ricattatoria dei partiti comunisti e della Triplice, convitato di pietra delle riunioni di palazzo Chigi. Il ceto medio, non solo di centrodestra, ma anche in parte diessino, viene attaccato duramente nelle sue rendite finanziarie e nei suoi redditi. Si tocca ferocemente il risparmio, tassando i Bot ad una media europea, dopo averli ridotti di peso con successive tassazioni. Si scassano le pensioni, manipolando il Tfr nella quota a carico delle imprese. Si incide sulla mobilità sociale intaccando i redditi medi delle categorie professionali, dai 2.000 ai 3.000 euro, declassandole socialmente e vulnerandone la possibilità di ascesa sociale ed economica. Il tutto per favorire un'operazione in perfetta linea con il mercatismo schizofrenicamente gemellato allo statalismo affaristico di prodiana memoria: io mi alleo con i poteri forti nella società, come ieri mi alleavo con i poteri forti finanziari e bancari. Il risultato è sempre lo stesso: la riproduzione di una rendita di potere politico a detrimento delle risorse pubbliche, dei conti dello Stato, del risparmio dei cittadini e dei redditi dei lavoratori più spinti verso la mobilità sociale. Un governo così è ovviamente un governo di classe e di affari, un ibrido mostruoso e anti-riformatore per sua natura. Lotta di classe a Palazzo Chigi. Ma anche ricatto sociale, politico ed economico da parte del comunismo dominante nelle istituzioni, oggi rilanciato da Bertinotti presidente della Camera, interventista su tutto e collaterale al governo. Prodi è andato a spiegare a Milano, in occasione delle celebrazioni del centenario della nascita della Cgil, la sua finanziaria, lanciando la parola d'ordine che i suoi mèntori politici volevano sentirsi dire: una politica in difesa dei ceti deboli. Esattamente quelli che saranno colpiti, con gravi danni alla crescita economica che sarà inferiore alle aspettative, qualora passasse questa sciagurata finanziaria. Un'altra prova del nove. Nessuna illusione sugli altri due sindacati minori, Uil e Cisl. Quest'ultima, con Bonanni, è tornata ad essere mestamente subalterna alla Cgil, dopo alcune prove di orgoglio autonomista da parte di Pezzotta. Il solito scenario italiano dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso. Morale della favola. Un governo di questo genere, sostenuto dalle forze sociali, dai sindacati e dai comunisti presenti dappertutto nella società, non si combatte soltanto in aula, ma anche tessendo relazioni positive con i ceti sociali scontenti da questa finanziaria, con le associazioni di categoria colpite da questa finanziaria; in secondo luogo, scendendo in piazza con parole d'ordine precise e con la consapevolezza che, da qui in avanti, non si dovrà più discutere di «opposizione responsabile» piuttosto che di «opposizione dura e intransigente», bensì di resistenza ad una tirannide fiscale, sociale e politica. Senza questa coscienza, l'opposizione semplicemente è destinata ad auto-candidarsi all'irrilevanza storica, prima ancora che politica. E la storia rappresenta, né più né meno, la politica applicata sperimentalmente. Come ha affermato uno storico cattolico: «chi sbaglia storia, sbaglia politica».
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Ragionpolitica, periodico on line n.180 del 3/10/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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