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La fatwa non potrà colpire tutti

di Remo Viazzi - 7 ottobre 2006

Ho letto e riletto ieri l'intervento di Filippo Facci su il Giornale e la sua veemente chiusa: «io non ho paura». Una chiara scelta di campo, un invito alla «resistenza», solo velatamente una polemica nei confronti dell'inusuale «arrendevolezza» mostrata da Giuliano Ferrara a commento della vicenda di Robert Redeker. Eppure, pur volendolo, pur stimolato ad assumere anch'io posizioni nette e forti, alla Redeker e alla Facci, m'accorgo - ahimé - che le cose non stanno così, che probabilmente ha ragione Ferrara, che siamo tutti un po' pavidi, in soggezione, bellamente al riparo dietro alla vacuità di parole tipo dialogo, solidarietà, accoglienza, reciprocità.

Certo la terribile fatwa non potrà colpire tutti coloro che avranno il coraggio di affermare, come appunto ha fatto Redeker, che il Corano è «un testo di inaudita violenza» e che Maometto è stato storicamente un «condottiero spietato», ma tant'è, in nome del politically correct sono invece assai pochi quelli che hanno appunto il coraggio di parlare, ottenendo in questo modo come unico risultato quello di esporre maggiormente gli altri, che divengono così bersagli «facili» prima ancora che degli eventuali terroristi islamici, dei giornalisti e di un'opinione pubblica «pacifista» per convenienza. La nostra prima arma di difesa dovrebbe in qualche modo essere l'attacco, almeno verbale. Un sentimento di coscienziosa, determinata, intransigente contrapposizione al mondo islamico e ai suoi disvalori, in buona parte inaccettabili e non integrabili con quelli occidentali, se fosse diffuso, avrebbe probabilmente la capacità di rendere meno baldanzosa l'offensiva islamica, che diviene ogni giorno più decisa, perché convinta di essere sulla via della vittoria. Tutto questo non avviene, anzi, spesso chi ha l'ardire e l'ardore di pronunciare «la verità proibita» è tacciato dai paladini del dialogo interreligioso e della reciprocità, come un fanatico, un pericoloso sobillatore, un guerrafondaio.

Insomma, Filippo Facci avrebbe ragione, ma la realtà è piuttosto quella che delinea Giuliano Ferrara. Io per primo, che faccio lo stesso lavoro di Robert Redeker, non ho mai il «coraggio» di prendere in classe le sue posizioni. Sempre troppo attento a non urtare la «sensibilità» di certi alunni nella speranza di non ergere tra me e loro un inutile muro di incomunicabilità, tendo facilmente ad edulcorare la pillola, mi impegno a trovare soluzioni verbali neutre, a dare di me un'immagine di persona equilibrata, pacata, ragionevole. In due parole, aperta al dialogo!

Tutto questo forse accade perché in verità un po' di paura ce l'ho, perché il bel tenore di vita che la società occidentale mi ha regalato vale la pena di essere vissuto, ma forse non di essere difeso, perché inconsciamente sento avvicinarsi lo scontro e so che non sarà facile scegliere di combatterlo sino alle sue conseguenze ultime... E tutto questo non mi fa onore, mentre lo fa, e alla grande, al collega francese, che nel dire ciò che è nell'intimo di ciascuno di noi, compie l'atto più coraggioso, quello cioè di esporsi, prima che alla fatwa, che non verrà, al ludibrio pubblico dei salotti ben pensanti, che lo accuseranno di mentalità gretta e retrograda, emarginandolo e isolandolo. Forse qualcosa si muove, forse inizia ad essere consistente il numero delle voci che si levano stentoree a difesa dell'Occidente e dei suoi valori, e più saranno queste voci, meno queste diverranno bersaglio del fanatismo musulmano, ma io, ancora un po' di paura ce l'ho.

! Remo Viazzi
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