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Ratzinger striglia i teologi: più Parola e meno parole

di Gianteo Bordero - 10 ottobre 2006

Molte volte, in questi anni, la teologia ci ha abituato ad una eccessiva verbosità, dando l'impressione di voler coprire con l'abbondanza delle parole un deficit di sostanza e di identità. La mente e la vita dei fedeli, così, sono state letteralmente inondate di discorsi più o meno fondati, che hanno portato molti a credere che l'esperienza cristiana, nella sua semplicità e nella sua intima profondità, non basti a se stessa, ma abbia continuamente bisogno di una sorta di «aggiunta» verbale da parte dell'uomo. Tanto che, hanno osservato alcuni commentatori, dal Verbo che «si è fatto carne», e quindi sperimentabile e tangibile nell'esperienza umana, si è passati al Verbo che «si è fatto carta», ad un cristianesimo ridotto cioè a «parole, parole, parole...», per dirla con Mina, et satis: montagne di carta al posto di quella che Chesterton definiva la «santa familiarità della Parola che si è fatta carne».

Questi aspetti critici della teologia contemporanea sono stati segnalati in numerose occasioni, negli scorsi anni, dall'allora cardinale Ratzinger, che li ricollegava all'attivismo ipertrofico e alla moltiplicazione delle strutture della Chiesa, fino al punto di fargli dichiarare che «la Chiesa è divenuta per molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo». La questione, dunque, per la Chiesa nel suo complesso e per la teologia in particolare, è quella di ricentrare il cuore e la mente sull'essenziale dell'annuncio cristiano. Se per la prima (la Chiesa) Ratzinger, dopo la sua elezione al soglio pontificio, ha scelto la strada dello snellimento e della razionalizzazione delle strutture, a partire dalla Curia vaticana, per la seconda (la teologia) egli indica la strada non tanto di una rinuncia alla parola, quanto di una sua «purificazione»: meno parola (umana) e più Parola (divina).

Nell'omelia pronunciata lo scorso venerdì in occasione della messa con i membri della Commissione Teologica Internazionale, Benedetto XVI ha ricordato così che «la bella vocazione del teologo è parlare. Questa è la sua missione: nella loquacità del nostro tempo, e di altri tempi, nell'inflazione delle parole, rendere presenti le parole essenziali. Nelle parole rendere presente la Parola, la Parola che viene da Dio, la Parola che è Dio». Ma affinché ciò sia possibile, affinché cioè la teologia non si risolva in un mero e auto-referenziale esercizio intellettuale fine a se stesso, ma sia un autentico servizio alla Chiesa e alla verità che essa ha ricevuto in dono, è necessario che il teologo sia cosciente del fatto che «in realtà, Dio non è l'oggetto; Dio è il soggetto della teologia. Chi parla nella teologia, il soggetto parlante, dovrebbe essere Dio stesso. E il nostro parlare e pensare dovrebbe solo servire perché possa essere ascoltato, possa trovare spazio nel mondo, il parlare di Dio, la Parola di Dio. E così, di nuovo - ha proseguito - ci troviamo invitati a questo cammino della rinuncia a parole nostre; a questo cammino della purificazione, perché le nostre parole siano solo strumento mediante il quale Dio possa parlare, e così Dio sia realmente non oggetto, ma soggetto della teologia».

E', questo di Papa Ratzinger, un invito a riconoscere il primato dell'esperienza personale della relazione con la Parola sulle parole che il teologo è in grado di pronunciare. Ed anzi, queste ultime trovano la loro incisività, il loro valore e la loro forza proprio nel fatto di non nascere come risultato di un'attività - seppur nobile - dell'uomo, ma come esito del rapporto personale con l'attività di Dio che entra in relazione con la Sua creatura. San Tommaso d'Aquino affermava che «in questa vita Dio è più amato che conosciuto». Per questo, per il fatto che la stessa Parola di Dio nasce dalla comunione amorosa tra le Persone della Trinità, Benedetto XVI sollecita i teologi a concepire il loro lavoro innanzitutto come un atto d'amore, come il frutto dell'intensità del loro rapporto con Dio, della contemplazione del Suo volto e dell'ascolto della Sua parola.

Solo così la teologia può uscire dal rischio di presentarsi come l'affermazione del punto di vista del teologo sul cristianesimo e può invece tornare ad essere un autentico servizio alla verità, un approfondimento obbediente delle ragioni della fede: «L'obbedienza alla verità - ha detto ancora nella sua omelia Papa Ratzinger - è la virtù fondamentale del teologo, questa disciplina anche dura dell'obbedienza alla verità che ci fa collaboratori della verità, bocca della verità, perché non parliamo noi in questo fiume di parole di oggi, ma realmente purificati e resi casti dall'obbedienza alla verità, la verità parli in noi. E possiamo così essere veramente portatori della verità».

! Gianteo Bordero
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  • Ratzinger - di Ratzingeriana - 11 ottobre 2006 13:11
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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