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Su fede e ragione Benedetto XVI sta col Paleologodi Gianteo Bordero - 12 ottobre 2006 La citazione dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo, contenuta nella lectio magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona, è stata definita «improvvida» da molti musulmani, e perfino da qualche cattolico. Ed è sulla base di tale citazione che, da più parti, si è alzata la richiesta di scuse papali al mondo islamico. Scuse che, com'è giusto che fosse, non sono arrivate. Nei giorni seguenti al discorso di Ratisbona Ratzinger si è detto «dispiaciuto» per il fatto che il senso del suo discorso fosse stato travisato e interpretato come una sorta di dichiarazione di guerra all'Islam. Dispiaciuto sì, ma non, come molti chiedevano a gran voce, pentito. Una posizione, questa, ribadita anche nella versione definitiva, corredata di note, della lectio magistralis, versione resa nota l'altro ieri dal Vaticano e consultabile sul sito della Santa Sede. Nel testo riveduto Benedetto XVI precisa, nel suo commento alla frase del Paleologo rivolta al persiano colto («Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava»), che l'imperatore bizantino parla in modo talmente brusco «da essere per noi inaccettabile». E, in nota, osserva: «Questa citazione, nel mondo musulmano, è stata presa purtroppo come espressione della mia posizione personale, suscitando così una comprensibile indignazione. Spero che il lettore del mio testo possa capire immediatamente che questa frase non esprime la mia valutazione personale di fronte al Corano, verso il quale ho il rispetto che è dovuto al libro sacro di una grande religione». Dispiacere di Ratzinger, dunque, per il fatto che le parole del Paleologo siano state fatte coincidere col suo pensiero sull'Islam. Ma pentimento no. Infatti, sempre nella nota citata poc'anzi, Benedetto XVI spiega in maniera chiara che «citando il testo dell'imperatore Manuele II intendevo unicamente evidenziare il rapporto essenziale tra fede e ragione. In questo punto sono d'accordo con Manuele II, senza però far mia la sua polemica». E poco oltre, in una delle note successive, scrive, rifacendosi all'espressione dell'imperatore secondo cui «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio»: «Solamente per questa affermazione ho citato il dialogo tra Manuele e il suo interlocutore persiano. È in quest'affermazione che emerge il tema delle mie successive riflessioni». Non cambia quindi - sarebbe persino banale scriverlo, se non fosse per tutto ciò che è seguito al discorso di Ratisbona - il senso della lectio papale: portare la fede con la spada è contrario alla natura stessa di Dio, è contrario a quel principio di ragione, il logos, che rende possibile, pensabile ed esprimibile la stessa relazione tra uomo e Dio. Per questo la violenza praticata sull'uomo in nome di Dio è, in ultima analisi, una violenza praticata su Dio stesso. Soltanto il legame tra fede e ragione fondato sul logos - legame che ha trovato nell'incontro tra cristianesimo e pensiero greco la sua espressione paradigmatica - può garantire un dialogo autentico e una convivenza ordinata e pacifica tra le religioni e le culture. Questo rimane, infine, il significato autentico della lectio magistralis di Benedetto XVI, la grande sfida universale che Ratzinger ha lanciato dalla cattedra dell'università in cui fu professore di teologia: la vera fede non nasce dalla violenza, ma dal logos. Per questo occorre «il coraggio di aprirsi all'ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza». Ed è «a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori».
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Ragionpolitica, periodico on line n.181 del 10/10/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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