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6 marzo 2008
 
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Non menta, presidente!

di Edoardo Pacelli - 17 ottobre 2006

Durante le varie interviste televisive, i giornalisti hanno sempre dovuto ingoiare le più strampalate menzogne di Lula, come se esistesse un codice deontologico segreto, che lo determinasse. Per la prima volta, durante la recente intervista alla Tv, è stato possibile agli spettatori ascoltare la frase che da troppo tempo essi volevano sentir dire: «Lula, non menta!».Geraldo Alckmin ha colpito duro. È stata una batosta spettacolare nel ricordo degli innumerevoli scandali che hanno caratterizzato e macchiato i quattro anni di governo petista. Molti altri non sono neanche stati sfiorati, per ora. Ma alle titubanti risposte dell'«Ignorante Supremo» (nel senso che non sa niente di niente), che, sullo scandalo del falso dossier, vorrebbe anche lui sapere «chi ha architettato questo piano machiavellico», basta far presente che si può definire machiavellico un piano molto ben architettato e non una iniziativa strampalata di quattro imbecilli, che sono già stati battezzati come i «fratelli Marx». Lula si dice scandalizzato, perchè il piano è fallito, ma, se avesse avuto successo, egli oggi se ne sarebbe ben avvantaggiato.

La questione più importante e che interessa veramente, però, è la provenieza del denaro, del milione e settecentomila reali. Sarebbe sufficiente che domandasse al suo «churraschiero» di fiducia, Lorenzetti: «In confidenza, compagnuccio, da dove viene tutta questa grana?». Tentando di difendersi in maniera impacciata, Lula ricordò che è presidente e non poliziotto e che la polizia scoprirà con calma l'origine dei soldi. Ma se a lui interessasse veramente scoprirne la provenienza, sarebbe sufficiente ricorrere ai consigli, già sperimentati e collaudati, del suo ex ministro, Palocci, che in meno di 24 ore scoprì che un umile contadino, la cui testimonianza gli era costata il ministero, aveva ricevuto, legalmente, la fantastica somma di 24 mila reali!

Non menta, Lula! Ma Lula ha sempre mentito, sin dai tempi del sindacato. Mentiva quando è andato prematuramente in pensione senza maturare i 25 anni minimi di contributi e sfruttando la legge sui perseguitati politici. Mentiva quando, da sindacalista, accusava il FMI di assurde manovre antinazionali, diventandone, poi, un partner fedele e ossequioso. Mentiva quando si opponeva alle misure provvisorie (i nostri decreti legge) dei suoi predecessori, mentre il suo governo è diventato il recordista assoluto di misure provvisorie. Ha mentito quando affermava di difendere il pubblico impiego, ma, appena giunto al potere, ha messo le mani nelle tasche dei pensionati (questo fatto non ci ricorda qualcosa di sinistramente italico!). Mentiva perché è coinvolto in una menzogna ancora più grande, che si chiama Partito dei Lavoratori (PT), un partito nel quale ciò che manca sono i lavoratori, che è formato da intellettuali nostalgici del bolscevismo, ma che avevano bisogno di un operaio come simbolo e adottarono quello che si trovava più a portata di mano, più docile e malleabile. Ma questo operaio era già stanco di lavorare e quando fu eletto viveva già da molti anni, protetto dal mecenateismo di un impresario, Roberto Teixeira - accusato di illeciti da parte dell'assessore al bilancio della sua città, S. José dos Campos -, che lo ha ospitato per oltre una decade, mettendogli a disposizione un appartamento per abitarci ed un aeroplano per i suoi spostamenti in campagna elettorale.

La propaganda ha inculcato nella mente dei brasiliani e del mondo, che, nel 2003, un operaio è diventato presidente. Nulla di più falso. Chi è giunto al potere è stato un pensionato, ex-sindacalista disoccupato. Tutte queste menzogne sono state inghiottite dai giornalisti, non solo brasiliani, come se esistesse un codice deontologico che inducesse i professionisti dell'informazione ad accettare, passivamente, le balle dell'intervistato. E per la prima volta Lula ha udito la frase che qualcuno gli avrebbe dovuto indirizzare da molto tempo: «Lula, non menta!». Frase che ha subito passivamente, come un ragazzino rosso di vergogna, che è stato colto con le mani nel sacco. (Risulta sempre più evidente una certa analogia tra il comportamento di Lula e quello di Prodi!). A suo discapito il «Supremo Ignorante» allegava questa affermazione: «Nè un presidente, nè un padre di famiglia possono sapere tutto. Quante volte, tu stai in cucina e succede qualcosa in salotto, e ne rimani all'oscuro». Premesso che un padre di famiglia deve essere proprio cieco, o cornuto, per ignorare quello che succede nel suo salotto, non è ammissibile che un presidente della repubblica, che dispone dei servizi di informazione più sofisticati, non possa sapere quello che succede nella sala a fianco della sua. «Se i compagni hanno sbagliato, dovranno pagare», ha affermato il «Supremo», evitando meticolosamente di parlare di crimini. Si comporta come faceva, dopo i suoi massacri, il georgiano Josiph Vissarionovitch Djugatchivili. «Abbiamo sbagliato», diceva Stalin. Per correggere un errore è sufficiente la richiesta di scusa, ma i crimini sono cose molto píù serie e gravi. I petisti hanno commesso dei gravi delitti nel tentativo di instaurare un regime per mantenersi al potere, facendo affidamento su un capo compiacente, sempre pronto a definire errori questi crimini.

La situazione è molto seria, molto più seria di quello che si possa pensare. Prima del dibattito, infatti, uno degli scagnozzi del regime, ministro nell'attuale governo, aveva minacciato una guerra civile: «Se la popolazione brasiliana più povera dovesse subdorare che, anche se dentro le istituzioni, un golpe dovesse impedire la possibilità, a Lula, di rieleggersi, temo veramente per il futuro del Brasile». Vale a dire, l'opposizione può disputare una elezione, a patto che non vinca. Se dovesse vincere, è golpe. Gli apprendisti-tiranno imparano rapidamente le lezioni di casa e arrivano a pensare più lontano dei propri capi. Nel prossimo dibattito, pensiamo che la prima domanda che Alckmin formulerà sarà: «Come mai, Lula, non sei ancora riuscito a scoprire l'origine di quel milione e settecentomila reali?». Siamo curiosi di udire quale sarà la risposta.

Edoardo Pacelli

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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