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Epopea di un leader senza partitoProdi, Telecom e Banca Intesadi Francesco Natale - 14 ottobre 2006 L'attuale presidente del Consiglio si trova in una non facile situazione. Anzi, in una serie di pericolose, non facili situazioni. Egli deve gestire con accortezza l'accozzaglia di fronti interni alla sua sedicente maggioranza, nell'ambito della quale la situazione è tutt'altro che rosea: un giorno il ministro della Sanità e i sindaci ulivisti minacciano dimissioni, il giorno dopo Di Pietro e Mastella si scannano sulle pagine dei giornali, il giorno dopo ancora De Gregorio fa andare sotto la maggioranza al Senato, e così via, fino ad arrivare allo scandalo Telecom ed alle insoddisfacenti risposte al riguardo fornite in sede istituzionale, buone al più per arrangiare un divertente rap, non certo per fare doverosa chiarezza sui retroscena che riguardano direttamente il colosso delle telecomunicazioni e indirettamente tutti i cittadini. Contemporaneamente, a questo estenuante lavoro di rappezzamento della pericolante diga unionista, lavoro nel quale è solertemente aiutato dal carpentiere Sircana, Prodi deve in qualche modo consolidare la propria soggettività politica e, possibilmente, potenziarla. Ma come fare, essendo sprovvisto di un proprio partito politico del quale egli possa definirsi autenticamente leader? Lasciamo perdere le baggianate sul fantomatico partito democratico, progetto abortivo fin dalla nascita, come il fallimentare convegno ad Orvieto ha recentemente dimostrato, con Dl e Ds arroccati sulle rispettive posizioni inerenti all'identità politica che dovrà avere il suddetto partito e il Correntone ritiratosi sdegnosamente sull'Aventino. Anche qualora si facesse nascere questo figlioccio menomato, il suo leader naturale sarebbe Carlo De Benedetti, magari in interregno formale e non sostanziale col belloccio di paglia Francesco Rutelli, e non Prodi, definito «amministratore di condominio» proprio dall'Ingegnere. Quindi, quale strada resta possibile per il «dossettiano apocrifo» Romano Prodi? Semplice: fare l'unica cosa che egli ha sempre fatto con discreto successo (personale, non nell'interesse del Paese, sia chiaro), ovvero colonizzare feudi finanziari-imprenditoriali-bancari e/o crearne di nuovi ad hoc, ovvero creare riserve di caccia sulle quali possa vantare diritti di esclusiva senza ritrovarsi tra le scatole scomode ed inopportune «terze parti» a fargli da soci, quali ad esempio i Ds, in modo da iniettarvi le sue famose «cordate», cosa che già aveva fatto all'interno degli ex enti pubblici economici, come ad esempio Fs Spa, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Cordate - composte da banchieri, finanzieri e imprenditori «amici» - che sono l'unico serbatoio in grado di generare il consenso politico attorno alla figura del presidente del Consiglio, forte dei suoi rapporti personali ma monco di un partito. Proprio in quest'ottica vanno collocate sia la fusione di Banca Intesa con San Paolo, portata a termine con la regia e il placet di Bazoli, il «finanziere cattolico» amico di sempre, che il colpo mancino miseramente fallito (per ora almeno) tentato con Telecom. Lo scorporo della divisione «mobile» da quella di telefonia fissa, con quest'ultima destinata a diventare una sorta di Iri 2 delle telecomunicazioni, rispondeva esattamente a questo progetto: la costituzione dell'ennesima oasi protetta in cui collocare a piene mani soggetti «amici», che avrebbero contribuito a consolidare ed aumentare il consenso politico attorno alla figura di Romano Prodi, prescindendo da qualsivoglia ingerenza partitica tradizionale. Questa situazione anomala pone diversi problemi che riguardano da vicino il cittadino, in primo luogo il trionfo in casa unionista dell'antipolitica sulla politica, ovvero la creazione di una leadership scissa da ogni rapporto politico con una base elettorale, con un blocco sociale o, più prosaicamente, frutto del confronto democratico interno ad un corpo politico quale è un partito. Una leadership artefatta che nasce e si sviluppa lontana dal popolo, in primo luogo dal popolo che l'ha votata e sostenuta, perché creata artificiosamente nelle buie stanze ove è solita riunirsi la tecnocrazia che conta. Secondariamente, la necessità di costruirsi un consenso artificiale attraverso poderose cordate crea danni a catena all'interno degli apparati amministrativi ed economici del Paese, poiché il criterio meritocratico, che sempre dovrebbe fungere da faro nella scelta degli uomini chiave destinati a guidare enti pubblici, partecipate statali e aziende municipalizzate, lascia spazio a politiche clientelari peggio che democristiane. L'attuale sfascio di Alitalia ne è riprova incontrovertibile. La cosa che più stupisce è che sia i Ds, ancora oggi cassaforte dei voti della sinistra, che Rifonadazione e compagni oltranzisti tipo Diliberto e Rizzo fingano di non vedere, lasciando di fatto mano libera al leader senza partito, sconfessando sostanzialmente gli impegni assunti di fronte al proprio elettorato. Se questo accade perché loro per primi credono che questo governo durerà quanto la vita di una farfalla oppure perché auspicano che qualche briciola della grande abboffata prodiana finisca nello loro tasche, non è dato di saperlo...
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Ragionpolitica, periodico on line n.181 del 10/10/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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