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Prodi e il compromesso storico con il sindacatodi Aurora Franceschelli - 17 ottobre 2006 L'Italia pare avviarsi a camminare su sentiero tortuoso, che la riporterà indietro nel tempo. Quando si fermerà il viaggio nel passato della «macchina del tempo» guidata dal Professor Prodi? E soprattutto dove ci condurrà? I primi cinque mesi di governo della sinistra rappresentano uno spaccato, molto significativo, dello scenario politico che ci accompagnerà durante il corso della legislatura: uno scenario che ha visto la componente cosiddetta «riformista» perdere lo scettro del potere a tutto vantaggio dell'ala massimalista e della costellazione di centri di potere che intorno ad essa gravitano, e che ora, grazie al patto di ferro siglato con il Presidente del Consiglio, si erge a protagonista indisturbata della coalizione di Governo. Vero Deus ex machina del sistema satellitare di questo governo è, a tutti gli effetti, il sistema delle rappresentanze sindacali, e, in modo particolare, la Cgil. E' il sindacato che fa capo ad Epifani il regista di un governo a cui manca un vero leader politico. Lo dimostra il fatto che la Finanziaria appena elaborata dal Governo Prodi ha fatto gioire soprattutto la Cgil: il tartassamento fiscale spietato ai danni dei cittadini, il raddoppio dei fondi destinati al rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici, la mobilità lunga concessa alla Fiat (con la relativa modifica della riforma delle pensioni di Maroni) e, questione al centro dei dibattiti e dei dissidi interni alla sinistra stessa, l'esproprio del Tfr ai danni delle imprese (a cui si oppone fortemente oltre a Confindustria, anche la Cisl). A sinistra pare prevalere il sentimento nostalgico di chi vorrebbe riesumare un modello sociale che non ha più la sua ragion d'essere, ossia quello legato all'ideologica contrapposizione tra capitale e lavoro. Ma come si spiega il fatto che ad essere colpita da questa Finanziaria è stata anche la classe operaia? Che significato ha acquisito la lotta di classe? La contrapposizione, oggi, non è più quella classica tra capitale e lavoro, ma sembra piuttosto assumere le sembianze di una lotta tra chi si arroga il ruolo di dispensatore di principi morali, lo Stato «assediato» dalla dottrina rossa, e coloro, invece, che vengono tacciati come soggetti contro cui è lecito vendicarsi poiché con il loro lavoro hanno contribuito ad accrescere la loro attività e di conseguenza le ricchezza del Paese. In questa lotta lo Stato, quindi il settore pubblico, va tutelato sempre e in ogni caso, anche se vi era, come ha sostenuto la sinistra, la necessità di una Finanziaria lacrime e sangue; il settore privato, invece, anche quello caratterizzato da bassi salari, va colpito. «Privato», per la sinistra massimalista che detiene le chiavi del potere del Governo Prodi, diventa sinonimo di peccato, un peccato originale che va espiato nell'«Inferno fiscale» di Visco. Perché? Perché i comunisti non lottano più nemmeno per gli operai? Forse si sono dimenticati delle loro vere origini? In realtà la borghesia di Stato comunista non rappresenta più il suo vecchio bacino elettorale, ma si è fatta autoreferenziale, predilige prendere le difese di se stessa e di tutto ciò che è sinonimo di Stato e di radicamento sociale del suo potere, dagli impiegati pubblici ai prepensionati delle grandi industrie con le quali vi è un legame di sangue, alle cooperative. Oggi il capitale è frutto del lavoro, scaturisce dall' essere dell'uomo nella società, dalle sue predisposizioni, dalla sua intraprendenza e dalla capacità di sviluppare una sua professionalità. Il lavoro, così concepito, contribuisce ad accrescere il capitale non solo finanziario di una società, ma anche e soprattutto il capitale intellettuale, che rappresenta poi il vero valore aggiunto. Il lavoro, così inteso, cessa di contrapporsi al capitale proprio perché è il capitale ad essere il frutto del lavoro stesso. Il falso populismo di questa sinistra, che vorrebbe proporre vecchi modelli di contrapposizione sociale per giustificare la propria spietata agenda politica - modelli che, al giorno d'oggi, non avrebbero più ragione di esistere - non è altro che l'ennesimo inganno ai danni dei cittadini. La spesa pubblica, a cui non è più consentito autofinanziarsi attraverso il deficit spending, diviene lo strumento principe del potere della sinistra massimalista e sindacale, uno strumento utile a far riaffiorare i capitoli più bui della storia d'Italia. Su chi dovrebbero ricadere le spese? Ovviamente sui cittadini contribuenti, soprattutto quelli colpevoli di aver votato centrodestra, ma non solo: anche coloro che, alle ultime elezioni politiche, hanno accordato la loro preferenza alla coalizione di sinistra, solo ora, a giochi fatti, si sono visti ingannati da chi, in campagna elettorale, aveva assicurato che le loro tasche non sarebbero state toccate. Dove ci condurrà un governo che fonda la sua politica sul pilastro dell'invidia di Stato? Non è con l'acredine vendicativa contro qualsiasi capitale che non sia capitale di Stato che si guida un Paese verso lo sviluppo: purtroppo, l'ideologia che si sta originando attorno alla nuova lotta di classe creata da questa sinistra odierna non potrà altro che generare miseria, sempre a i danni di noi cittadini.
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Ragionpolitica, periodico on line n.182 del 17/10/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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