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Omicidio a Posodi Giovanni Vagnone - 17 ottobre 2006 Un uomo armato ha ucciso ieri mattina un prete cristiano nella provincia indonesiana del Sulawesi centrale. Una notizia recente, giunta dai mass media di Jakarta, che ricorda come in quell'area le relazioni tra musulmani e cristiani siano molto tese, e soprattutto come questa tensione stia crescendo. Ma il reverendo, Irianto Kongkoli, non è la prima vittima dell'odio religioso in quella zona: prima di lui altri tre cristiani erano stati uccisi dopo essere stati condannati a morte lo scorso 22 settembre, per il ruolo che avevano avuto nelle violenze e negli scontri tra cristiani e musulmani che ci furono nella regione di Poso dal 1998 al 2001. Inutili erano stati allora gli appelli del Papa Benedetto e delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani: un commando di poliziotti aveva eseguito la sentenza capitale. Il risultato di quell'atto però è stato un aumento dell'ostilità reciproca, tanto che, a parte l'esplosione di piccoli ordigni, è stato necessario inviare 800 agenti di polizia e soldati nella città di Poso per sedare la rivolta interreligiosa che ha portato alla morte due musulmani, linciati dalla folla inferocita per le perdite nel suo schieramento. Cifre che comunque non danno l'idea delle vere dimensioni della tragedia: sono oltre 2000 i morti negli ultimi tre anni e sebbene l'85% circa dei 220 milioni di indonesiani siano fedeli all'Islam, in molte aree si arriva ad un certo bilanciamento tra le percentuali di musulmani e cristiani che rende la situazione ancora più problematica. Un'altra condanna è arrivata per i tre militanti islamici che organizzarono e portarono a termine l'attentato del 2002 a Bali, in cui persero la vita 202 persone: pena capitale anche per loro, nonostante il tentativo della difesa di disapplicare le leggi sul terrorismo che retroattivamente rendono responsabili di omicidio i dinamitardi. Resta da considerare, oltre al dramma umano di moltissimi indonesiani, il fatto che questo ennesimo omicidio mirato, questa volta pare proprio con la tecnica dell'esecuzione (il reverendo Irianto Kongkoli era a comprare delle piastrelle, ha finito l'acquisto ed è uscito dal negozio; in quel momento è stato richiamato indietro, è tornato dentro e due colpi di pistola l'hanno freddato), sia effettivamente parte di un comune sentire, e di un bisogno del fondamentalismo di auto-esaltarsi e protrarsi nell'assurdo odio che lo tiene unito. L'Indonesia infatti, in quel Califfato mondiale immaginario che Bin Laden ipotizzava già all'ombra delle Torri Gemelle, sarebbe il confine orientale estremo della vasta area che l'Islam intende sottomettere alla sua legge. Il bersaglio religioso ha un significato particolare, non solo come deterrente all'esercizio della fede all'interno della comunità colpita (come a voler far capire cosa si rischia ad essere cristiani, come se la nostra religione non avesse già conosciuto in un lontano passato tutto questo), ma come messaggio per l'Occidente. E' inutile lo spirito di servizio, il tentativo di migliorare la condizione delle popolazioni, il missionariato. E' inutile fare del bene, perché questo bene non viene apprezzato ed anzi viene ripagato col puro odio che il fondamentalista rivolge a chi non può che riconoscere superiore a lui. Un religioso che predichi la pace, la fratellanza, che faccia opere di bene può dare molto fastidio ed essere molto pericoloso alla causa islamica. Questo a Jakarta o nelle vicinanze non può essere permesso, così come in Turchia o in qualsiasi altro luogo in cui un religioso dimostri che il 2006 dall'anno della nascita di Cristo è una data, nella mente dei fondamentalisti, di quasi sei secoli più evoluta dell'anno dell'Egira 1427.
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Ragionpolitica, periodico on line n.182 del 17/10/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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