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La violenza del politically correct

di Raffaele Iannuzzi - 19 ottobre 2006

Bernard-Henry Levy parlerà a Milano sul politically correct. Il filosofo-showman francese oggi si divide tra due visioni del mondo che, nell'età postmoderna, sono evidentemente compatibili: da un lato prende posizione a favore dei diritti violati di Redeker e, dall'altro, critica chi fa della critica al politically correct un punto dirimente dell'igiene mentale, culturale e politica. Immediato il riferimento al grande saggio di Robert Hughes, La cultura del piagnisteo, la bibbia dell'anti-politically correct. La sinistra le cose le sa fare e gestire. Ieri i dissidenti sovietici, oggi i dissidenti schizofrenici, ma il pallino della comunicazione ce l'ha in mano sempre lei. Sarà infatti Penati, insieme a monsignor Negri e alla Latella, a parlare in questo happening milanese organizzato dalla Fondazione Pubblicità Progresso e c'è da scommettere che quest'ulteriore apologia della religione del mondo secolare postmoderno, appunto il politically correct, innalzerà non poco le sue già elevate quotazioni in borsa.

Ma quel che interessa maggiormente, almeno sul piano analitico, è la singolare posizione di Levy, che cozza prepotentemente con i dati di fatto. Il filosofo francese, intervistato guarda caso dal Corriere della Sera, sostiene che il politically correct avrebbe fatto diminuire sensibilmente, in ordine, «il razzismo e l'antisemitismo, il maschilismo e le volgarità contro le donne», meglio della cura di testosterone per i giovanotti impotenti: un miracolo! Non solo. Ma il politically correct, che ovviamente occorre «non irridere», aiuterebbe a comprendere che il linguaggio non è innocente e che, di conseguenza, andrebbe moderato e usato con cognizione di causa, nel massimo rispetto della sensibilità altrui. Fermo restando che questo punto di vista è come il noto adagio sulle mezze stagioni, al quale tutti ci acconciamo volentieri, la verità imponente di Levy era già stata affermata meglio e con maggiore profondità da Thoms Hobbes nel capitolo X del De Homine, laddove si parla del linguaggio amibiguo che può anche sottacere e/o velare la verità, perfino in modi raffinati e volti alla conquista del potere. Nietzsche poi aveva radicalizzato questa visione del linguaggio come permanente «terra di nessuno», o «zona grigia», comunque strumento da controllare e/o dirigere. Tralascio di portare la mia riflessione sulla linguistica statunitense da Austin fino ad oggi perché rischierei di dirottare il lettore dalla realtà all'accademia.

Mentre è la realtà a sconcertarci di più. Infatti, mentre Levy si divide, secondo la scuola di Stephen King, in due personaggi, magari in cerca di un (altro) autore, quel che scrive la Magli su Il Giornale, tratteggiando i contorni attuali di una vera e propria «reconquista islamica», sta diventando cronaca nera. Comunque cronaca quotidianamente esplosiva. A Genova i frati cappuccini aprono una moschea dandola in gestione all'Ucoii e ciò alimenta ben più di un timore. La cultura della resa è di grande violenza, conculca le libertà dei popoli, in primo luogo quella religiosa. Non solo. Così facendo, pezzi interi di Chiesa, ahinoi, rendono alquanto verosimile la teoria della Magli secondo la quale «il Cristianesimo si appresta a diventare una "corrente" nell'ambito dell'Antico Testamento, la più debole e l'unica che deve cambiare quasi tutto del proprio assetto teologico e della propria storia, in quanto gli ebrei sono forti per definizione e i musulmani sono forti perché sono tanti e non temono di affermarlo e di imporlo». Linguaggio alquanto politicamente scorretto. Contenuti di evidenza ormai solare che faccio interamente miei.

Ecco dunque la vera questione: quel che sta accadendo al nostro linguaggio è, da tempo, l'epifenomeno di ciò che sta accadendo nelle nostre menti e nei nostri cuori. In un'Europa ormai dominata anche dai grandi numeri musulmani, visto che loro ancora fanno figli e che i figli, come ricorda un editoriale del Foglio, sono forza e potere politici, la fine appare ineluttabile. Naturalmente niente è realmente ineluttabile nella storia. Un dato è comunque certo: la strada è quella. Si tratta di un disegno strategico euro-islamico che, da Maastrict fino ad oggi, ci sta sottomettendo, pezzo dopo pezzo, e noi facciamo convegni di rilegittimazione del politically correct. Dahrendorf ha scritto su Repubblica che, in realtà, questo processo non è soltanto anti-cristiano e anti-occidentale ma, insieme, anti-illuministico, e ci sta facendo rinnegare la storia dell'illuminismo come uso critico della razionalità e della libertà.

L'autocensura - ha osservato Dahrendorf - è peggio della censura, perché è il suicidio della propria libertà. Può bastare per commisurare i rischi del politically correct alla perdita della nostra libertà? Certo, non mi stupisce che degli showmen sedicenti philosophes abdichino per ragioni di visibilità e di mercato alle idee che, con il massimo della disinvoltura, sostengono fino al mattino prima di bere il caffè: è normale, naturale quasi, regolare in un'Europa fatta di barche umane ormeggiate nel porto del nulla; quel che ancora mi angoscia è la facilità con la quale spezzoni di Chiesa, contrariamente al comune sentire di buona parte del popolo dei credenti, abdichi alla sua funzione di critica della violenza totalitaria islamica, sottomettendosi anticipatamente. Ha ancora una volta ragione la Magli: «Questo vuol dire la parola Islam: "Sottomissione"».

! Raffaele Iannuzzi
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