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Budapest '56: morire per la libertàdi Valentina Meliadò - 21 ottobre 2006 Per quanti anni possano trascorrere, ci sono eventi che segnano il cammino dell'uomo e costituiscono un paradigma per la sua evoluzione, un modello da non dimenticare mai. Uno di questi è certamente la rivoluzione ungherese del 1956 contro il comunismo magiaro e l'imperialismo sovietico, una insurrezione popolare in nome della libertà, della democrazia, della sovranità, della prospettiva di una vita migliore. Una rivolta brutalmente repressa nel sangue dai carri armati sovietici e definitivamente annientata con l'invasione sovietica dell'Ungheria. E' impossibile, in poche righe, ripercorrere la cronologia degli eventi che sfociarono nella rivoluzione ungherese, ma - com'è noto - il '56 è stato l'anno del XX congresso del Pcus, del rapporto segreto sui crimini di Stalin, di quel processo passato alla storia con il nome di destalinizzazione, grazie al quale Nikita Chruscev si illuse di salvaguardare il comunismo mondiale buttando alle ortiche Stalin. Ma si sbagliò. Quel poco di libertà e di riforme attuate per mano di uomini come Gomulka e Nagy in Paesi come la Polonia e l'Ungheria, che più di altri avevano sofferto il parossismo staliniano, furono sufficienti a fa esplodere micce che da anni covavano sotto la cenere e che - se lasciate libere di espandersi - avrebbero potuto distruggere l'impero sovietico. E Chruscev, difatti, le spense nel sangue di migliaia di ungheresi coraggiosi che dal 23 ottobre 1956, giorno dei primi scontri causati dai blindati che spararono sulla folla di fronte al palazzo della Radio di Budapest, continuarono a combattere fin oltre la seconda e definitiva ondata di repressione, la notte tra il 3 e il 4 novembre, ad opera dei carri armati giunti direttamente dall'Unione Sovietica. Ma, nonostante i terribili mezzi della repressione, ci vollero mesi per riportare definitivamente l'ordine; ci vollero migliaia di morti, il ripristino della legge marziale, la condanna a morte di centinaia di rivoltosi, tra cui Imre Nagy, l'ex presidente del Consiglio il cui governo - la notte prima dell'invasione - aveva votato l'uscita dell'Ungheria dal Patto di Varsavia, e la firma di un patto con l'Unione Sovietica grazie al quale i blindati russi stanziarono nel Paese altri trentadue anni. La rivoluzione ungherese è stata anche uno degli avvenimenti storici più calunniati del secolo. L'insurrezione fu portata avanti da tutti gli strati e le categorie sociali del Paese; si trattò della sollevazione nazionale di un popolo orgoglioso che lottava non solo contro le sofferenze fisiche e morali che il comunismo gli aveva causato, ma anche contro il grigiore egualitario politico e culturale che aveva soffocato la tradizione, l'identità, il patriottismo e la specificità del popolo magiaro. Per questo il disprezzo che piovve su questi eroi della libertà da parte del comunismo mondiale e - in Italia - del Pci di Palmiro Togliatti, che bollò i rivoluzionari come orde fasciste reazionarie che andavano schiacciate, a cinquant'anni di distanza fa ancora male. Fa ancora male perché, nonostante la riabilitazione dei protagonisti di quella battaglia da parte dello stesso Partito Comunista italiano (1986), e in generale delle sinistre di tutta Europa, la lezione di quella rivoluzione - come di altre - non doveva esaurirsi nella ragione di chi, allora, combatteva contro il comunismo. C'è qualcosa che non va se il ricordo di quella ragione - che era la ragione dell'Occidente liberale e democratico contro la più longeva ideologia totalitaria di tutti i tempi - ancora oggi non regge il confronto con decenni di propaganda e di odio antioccidentale ed anticapitalista che hanno svilito il significato di parole come libertà e democrazia. Ricordare il cinquantesimo anniversario della rivoluzione ungherese, dunque, non è solo un dovere nei confronti di uomini e donne che hanno sacrificato la propria vita per la libertà; non è solo un esercizio di retorica. E', o dovrebbe comunque essere, un'occasione per ripetere a noi stessi quanto sangue è stato versato per la conquista dei valori e dei diritti delle democrazie occidentali. Significa non dimenticare da quali tragedie veniamo e per cosa abbiamo combattuto tanto. Significa, semplicemente, provare l'orgoglio di appartenere ad una civiltà piena di contraddizioni, di male, di ingiustizia, di sofferenza, ma che è e rimane il prodotto perfettibile dell'aspirazione dell'uomo alla libertà; è e rimane un sistema di convivenza umana privo di alternative che è costato milioni di morti, e che non è al riparo da nuove, terribili minacce, la cui sconfitta dipenderà esclusivamente dalla nostra voglia e capacità di combattere la dura battaglia delle idee, e di ricordare il senso profondo di anniversari come quello che cade il 23 ottobre.
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Ragionpolitica, periodico on line n.182 del 17/10/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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