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Prima tutti fascisti, poi tutti comunistidi Rodolfo Ridolfi - 24 ottobre 2006 Dopo Il sangue dei vinti. Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile di Giampaolo Pansa, pubblicato nel 2003, Bruno Vespa, Vincitori e vinti del 2005, che racconta anche gli eccidi commessi dai partigiani comunisti e pubblica la testimonianza di un superstite, Paolo Maccesi, che afferma «Codevigo...comandato ..da un certo Boldrini di Ravenna», Pansa pubblica ora il suo nuovo libro La Grande Bugia. Le sinistre italiane ed il sangue dei vinti. Voci autorevoli e risonanti che si aggiungono alle nostre, che da troppi anni ci battiamo, senza riscontro, perché le istituzioni si facciano protagoniste del ripristino della verità storica sulle vicende drammatiche del periodo 1945-1946 in Emilia-Romagna. Niente da fare! Ci sono ancora troppi comunisti dichiarati o camuffati da socialdemocratici e liberali per poter lavorare per la verità. Eppure le Istituzioni dovrebbero essere impegnate in un'azione di conservazione della memoria, come deterrente al ripetersi delle barbarie e dell'odio del secolo passato. La Regione, l'Università, i Comuni le Province e la Scuola dovrebbero scrivere una pagina trasparente sulle vicende drammatiche del periodo 1945-1946, con particolare riferimento agli efferati massacri avvenuti dopo che le truppe alleate anglo-americane, con la partecipazione di formazioni resistenti, avevano liberato le nostre terre dai nazi-fascisti. Quelle stragi e quegli omicidi di matrice comunista furono commessi nei confronti di indifesi ed incolpevoli cittadini e furono, nella migliore delle ipotesi, veri e propri crimini di guerra, come la Corte Penale dell'Aja ha accertato. Con grande merito, alla faticosa campagna di ripristino della verità, ha dato un contributo fondamentale l'ex parlamentare comunista reggiano Montanari con il suo Chi sa parli. Nel quadro del ripristino della giustizia negata e della verità storica si inserisce anche la legittima richiesta dell'istituzione di una commissione regionale di indagine. I lavori di una commissione di studio e di indagine non dovrebbero far temere nulla, soprattutto a coloro che sono in pace con la loro coscienza. Ricordo il convegno che organizzai l'8 novembre 2002 a Ravenna per presentare Dalla Resistenza al Dossier Mitrokhin, tutti i crimini nascosti della storia del Pci e la proiezione di un filmato sulle stragi dei comunisti e sulla questione dei quattrocento «desaparecidos» dopo la fine della guerra in provincia di Ravenna, illustrato da Guido Minzoni. Quella sera testimonianze importanti e dirette furono quelle di Paolo Scalini, recentemente scomparso, già Presidente del Tribunale di Ravenna, e di numerosi parenti delle vittime che ribadirono la necessità di fare luce su quei crimini per ripristinare una verità storica deformata dalla propaganda e dall'egemonia comunista anche dopo la «caduta del muro di Berlino». La Corte penale internazionale dell'Aja, accogliendo il ricorso per riaprire le indagini sull'immotivato e duplice assassinio di Domenico ed Emilia Cuffiani, braccianti agricoli dei Gardini, avvenuto a Longastrino dopo la liberazione nel 1945 e per stabilire chi si macchiò e chi fu il mandante dell'uccisione dei braccianti della famiglia Gardini, ha avvalorato l'ipotesi che quell'assassinio si configurasse come crimine di guerra, affermando fra l'altro che la zona (la Provincia di Ravenna) «fu certamente al centro di una conflittualità postbellica che finì in massacri indiscriminati di persone innocenti senza legami col regime fascista», in un quadro di «incertezza istituzionale»; sottolineando come il senatore Arrigo Boldrini ('Bulow'), nella sua qualità di comandante partigiano operante in quella zona avrebbe reso «sommarie informazioni» e chiedendo il sequestro probatorio di tutta la documentazione eventualmente registrata negli archivi Anpi e di quella conservata presso l'Istituto Gramsci relativa al periodo interessato. Una buona occasione per iniziare a scrivere finalmente una pagina di storia chiara sul quel periodo fatto di atrocità, di falsi valori fortunatamente crollati sotto la caduta del muro di Berlino e qualche volta di carnefici che diventarono eroi. Ma cosa accadde veramente dopo la liberazione in provincia di Ravenna? L'eliminazione fisica continuò ad essere metodo di lotta sia contro chi era ritenuto fascista sia contro i non comunisti presenti nello stesso movimento antifascista. Si trattò in molti casi di eliminazioni fisiche fredde, ciniche ed indiscriminate contro persone inermi, con punte di ferocia e spietatezza sconosciute in altre parti d'Italia. Nella Provincia di Ravenna, nel cosiddetto «triangolo della morte»: Giovecca-Lavezzola-Voltana, sulla base dei rapporti dei Carabinieri, furono uccise e spesso occultate persone, qualcuno parla di oltre quattrocento «desaparecidos», ai quali vanno aggiunti quelli del comprensorio ravennate, di Massa Lombarda e della collina, un altro centinaio. Fra i delitti più odiosi sono da annoverare: l'assassinio di Marino Pascoli, giovane giornalista e comandante partigiano di fede mazziniana, quello di Mario Baroncelli, direttore dell'Associazione Agricoltori della Provincia di Ravenna, quello di don Tiso Galletti, lo sterminio dei conti Manzoni, rimasto sostanzialmente impunito nonostante le condanne comminate con l'applicazione dell'indulto voluto da Togliatti, l'omicidio dell'ingegner Lionello Matteucci, avvenuto a Massalombarda l'8 maggio 1945, un delitto che dette inizio ad una serie di altri sei assassini. La Regione, La Provincia ed i Comuni hanno stanziato e continuano a stanziare ingenti somme per celebrare le vittime del nazifascismo, per sostenere i vari musei e le associazioni partigiane, ma continuano ad ignorare le vittime del comunismo. Sarebbe ora che il «tabù» fosse smascherato. Un'opera non di revisionismo, ma piuttosto una corretta e necessaria operazione di rimozione di falsità, menzogne e silenzi imposti dalla cultura comunista alla storia italiana degli ultimi 61 anni. Affrontare il tema della «pacificazione» significa prendere atto che esistevano due modi spesso in buona fede di essere italiani e di amare l'Italia e che c'era poi chi non era interessato né all'un modo né all'altro perché non aspirava alla democrazia ma all'instaurazione della dittatura comunista nel nostro Paese ed è per questo che si accanì sui partigiani non comunisti, soprattutto quelli che non accettavano l'egemonia comunista, sui «borghesi» e sui tanti silenziosi ed innocenti «non comunisti». Emblematico il caso Marino Pascoli, un giovane giornalista e leader politico antifascista: «Per quanto a noi noto, il Comune di Ravenna, sentito anche il parere della Circoscrizione di Mezzano, non ha in programma celebrazioni in quanto il sig. Marino Pascoli non risulta ufficialmente riconosciuto tra le categorie stabilite dall'apposita Commissione governativa, non essendo stato qualificato come Partigiano, né come Patriota, né come Benemerito», rispondeva la Regione alla mia richiesta di ricordarlo adeguatamente. Evidentemente le istituzioni governate dalla sinistra non vogliono che si diffondano quelle verità che Marino Pascoli raccontò sulla La Voce di Romagna del 6 dicembre 1947 e che furono la causa della sua condanna a morte. Pascoli nell'articolo affermava testualmente: «Prima di tutto dobbiamo distinguere i partigiani veri dai partigiani falsi. I partigiani veri sono coloro che hanno corso sul serio dei rischi, che hanno combattuto con fede per la liberazione d'Italia e questi, a dir il vero, sono pochi. I partigiani falsi che purtroppo sono la maggioranza, sono coloro che hanno fatto i teppisti mascherati, i collezionisti di omicidi, e che andarono in giro col mitra, quando non vi era più pericolo, a fare gli eroi. Questa gente anche se è riuscita a munirsi di un brevetto o di un certificato, anche se oggi milita indebitamente nelle fila dei partigiani, non bisogna avere nessuna esitazione a chiamarla teppa. Teppa da reato comune, macchiata di sangue, di prepotenza e di ricatti...... Attenzione, partigiani veri, partigiani onesti, partigiani italiani e rimasti italiani, a non seguire coloro che vogliono vendere l'Italia allo straniero, altrimenti il vostro sacrificio sarebbe stato vano...L'organizzazione militare delle Brigate Garibaldine venne creata più tardi a rivoluzione d'Aprile conclusa. Quando contati i partigiani, rimpolpate le formazioni, aumentati gli effettivi, organizzate le forze comuniste e muniti i comandi di timbri e carta intestata, si procedette alla farsa della smobilitazione delle forze comuniste, si svolgeva, invece un'opera diametralmente opposta quella cioè di inquadrare ed organizzare per l'avvenire queste forze per un eventuale colpo di Stato...». Alla luce di questo scritto si capisce perchè Marino Pascoli non debba essere considerato né partigiano, né patriota, né benemerito perché sprovvisto di quei timbri che denunciava si erano accaparrati dopo il 25 aprile tanti «finti partigiani» e molta «teppa». Quante volte ancora dovremo assistere ad ex fascisti diventati eroi e medaglie dell'antifascismo, a comunisti che si ergono a paladini della democrazia, ad opportunisti democristiani che sono passati alla resistenza in tarda età. Una terra come la nostra, che prima di essere comunista fu in tanta parte così fascista, dovrebbe avere il coraggio di porre fine a oltre sessant'anni di nebbia densa di imbarazzo, rimarcando l'ipocrisia, la fragilità, lo spirito di accomodamento, anche la pavidità, di cui diede prova larghissima parte degli italiani, intellettuali in testa, che, come lamentò l'esule Salvemini, avevano baldanzosamente esibito le loro idee socialiste, comuniste e cattoliche solo in tempi di bonaccia per poi ritornare facili eroi del 25 aprile Rodolfo Ridolfi |
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Ragionpolitica, periodico on line n.183 del 24/10/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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