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Dietro il velo

di Alexandra Javarone - 24 ottobre 2006

Venerdì scorso è andata in onda su Sky, durante la trasmissione Controcorrente, una discussione sul tema del velo islamico. Il salotto di Sky ha ospitato, per l'occasione, Daniela Santanchè, Dunia Ettaib e l'autoproclamato imam della moschea di Segrate, Abu Shwaima. La rabbia dell'imam si è scagliata contro la parlamentare di An, colpevole di aver ribadito il non esplicito riferimento del Corano al velo musulmano. Anche se si tratta di una questione che divide da tempo anche i Paesi islamici Abu Shwaima ha aggredito verbalmente la Santanchè: «Io sono un imam e non permetto a degli ignoranti di parlare di Islam. Non avete il diritto di interpretare l'Islam. Lei è un'ignorante, infedele. Semina odio». Così l'imam condanna un «infedele» che misura ed interpreta le parole del Corano, le stesse che, per giunta, hanno diviso pure dotti studiosi di religione musulmana, ad esemepio in Marocco, dove il velo è pressoché bandito ed anche i libri scolastici non fanno più cenno alcuno ai controversi versetti.

Insomma, il velo non è più un fatto religioso nemmeno in alcuni Paesi musulmani, ma lo è qui in Europa, dove esso rappresenta oramai una questione politica della massima importanza, un segno distintivo, un marcato confine tra Oriente ed Occidente, tra fedeli ed infedeli, tra integralismo ed integrazione. Ed è proprio dietro questo velo che si celano le frange più estreme dei musulmani residenti in Occidente: le donne, ancora una volta, sono le prime vittime di una mentalità chiusa e retrograda, la quale teme ogni genere di contaminazione esterna. Eppure, secondo alcuni noi dovremmo accettare le influenze culturali e religiose islamiche senza preoccuparci affatto delle problematiche ad esse connesse.

L'Europa si è più volte mostrata disponibile al dialogo interculturale. Ma sono in molti a pensare che il multiculturalismo sfrenato abbia generato enormi danni alla sicurezza degli Stati, riuscendo solo a garantire un'apertura che non è nemmeno stata in grado di offrire valide politiche d'integrazione. Questo perché il multiculturalismo non ha mai voluto comprendere che alla base dell'integrazione si pone una vera e propria scelta di vita, una decisione che non è l'Europa a dover prendere, ma piuttosto l'individuo che si trova di fronte al dilemma di dover optare tra un'esistenza improntata alla condivisione di comuni valori universali di libertà e l'isolamento auto-ghettizzante. Naturalmente sarebbe impensabile non garantire ad un musulmano la libertà di scegliere il proprio stile di vita, ma è altrettanto impensabile che questi, venuto di propria spontanea volontà in Occidente, non si adegui alla nostra cultura o - peggio - violi le regole interne di uno Stato, ponendo quale assurda giustificazione un'interpretazione ostentata della legge islamica. Per quale assurda ragione i musulmani, invece di cercare l'integrazione, costruiscono continue barriere, quasi ad accentuare le distinzioni esistenti?

L'Europa sarà mai in grado di comunicare ed interagire - senza per questo negare la sua stessa essenza - con un Islam nostrano affetto da questa immensa distanza interiore? Sfortunatamente la storia sembra rispondere di no: l'attentato alla metropolitana di Londra fu organizzato da figli di immigrati pakistani, da cittadini inglesi a tutti gli effetti, e la stessa cosa può dirsi dei venti arrestati in seguito all'attentato sventato lo scorso agosto 2006, uomini che Fuad Allam ha definito i «perdenti dell'integrazione», coloro i quali non hanno mai saputo scrivere una «storia condivisa» in un Paese condiviso. La reale problematica dell'integrazione non scaturisce, dunque, dalla presunta xenofobia degli «indigeni europei», ma nasce piuttosto dalla negazione e dall'ostentata ostilità dell'Islam intransigente, il quale spesso tiene sotto il giogo della paura pure i più moderati, che, in passato, hanno scelto l'Europa perché assetati di libertà e tolleranza.

In questo contesto l'Europa non sa bene dove guardare. Non sa se dare via libera a un'apertura indiscriminata, che porterebbe con sé notevoli contraddizioni culturali e politiche, o se cercare di porre un freno al multiculturalismo, volgendo lo sguardo pure verso la drammatica crisi identitaria da cui è stata travolta.

Alexandra Javarone

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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