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Uni-versitasdi Gianteo Bordero - 24 ottobre 2006 Il discorso che Benedetto XVI ha tenuto lo scorso sabato in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico della Pontificia Università Lateranense rappresenta, pur nella sua brevità, un grande affresco sui fini e sulle condizioni di possibilità della conoscenza umana, così come sullo statuto ontologico dell'università stessa. Il punto fondamentale attorno a cui ha ruotato la riflessione di Papa Ratzinger è che occorre recuperare il legame vitale che unisce la personale ricerca di un significato esaustivo dell'esistenza al sapere scientifico, filosofico e teologico. La «crisi di cultura e di identità che questi decenni pongono sotto i nostri occhi» è, in fondo, proprio una crisi del legame tra esistenza e conoscenza, tra vita e pensiero, infine tra fede e sapere. Infatti, da una visione unitaria di esistenza e conoscenza, che si rispecchiava nella concezione medievale di universitas, si è passati ad una visione frammentata e frammentaria, in cui ogni disciplina ha ricercato in se stessa la propria ragion d'essere, perdendo i legami con gli altri ambiti del sapere e, soprattutto, con la dimensione personale della ricerca del significato del vivere. Nichilismo e relativismo sono, in quest'ottica, gli esiti ultimi di un percorso che ha progressivamente portato alla riduzione della concezione classica della ragione come apertura integrale a tutti i fattori della realtà e della vita, apertura a quei «trascendentali» (l'essere, il vero, il bello, il buono) in cui Tommaso d'Aquino vedeva il trait d'union tra esperienza interiore e esperienza del mondo. Un percorso che, come ha detto lo stesso Benedetto XVI al Convegno ecclesiale di Verona, è culminato nella riduzione dello spazio della ragione a «ciò che è sperimentabile e calcolabile», e che taglia via tutto ciò che da esso fuoriesce. A seguito di questa cesura, sono stati menomati anche i concetti di uomo e di Dio, l'antropologia e la teologia, travolte dall'ondata scientista e non più inserite in quadro organico del sapere e della vita. Così «il contesto contemporaneo - ha detto Papa Ratzinger alla Lateranense - sembra dare il primato a un'intelligenza artificiale che diventa sempre più succube della tecnica sperimentale e dimentica in questo modo che ogni scienza deve pur sempre salvaguardare l'uomo e promuovere la sua tensione verso il bene autentico». In fondo, dunque, il delitto più grande che questo processo ha messo in atto è l'aver troncato il legame vitale tra ontologia e gnoseologia, tra essere e sapere, con quest'ultimo ormai limitato ai suoi aspetti pratici. Ma «sopravvalutare il "fare" oscurando l'"essere" - ha detto ancora Benedetto XVI - non aiuta a ricomporre l'equilibrio fondamentale di cui ognuno ha bisogno per dare alla propria esistenza un solido fondamento e una valida finalità». Come recitava il titolo del Meeting di Rimini di quest'anno, riprendendo un'espressione di don Giussani, «la ragione è esigenza di infinito e culmina nel sospiro e nel presentimento che questo infinito si manifesti». Tolta questa apertura a ciò che sta oltre e lasciato solipsisticamente a se stesso il desiderio di infinito - e avendo con ciò cancellato il fatto che l'esperienza che la verità, prima ancora di essere prodotta dall'uomo, è qualcosa che a lui si rivela, che gli viene donata -, buona parte della modernità ha contribuito a produrre il dramma di una falsa signoria dell'uomo su se stesso, l'utopia di una conoscenza (non di rado, una gnosi) fine a se stessa e per questo, a ben vedere, ininfluente sul bisogno di significato, di bontà, di bellezza che ogni uomo porta con sé. Per questo è ancora attuale - ha spiegato Papa Ratzinger alla Lateranense - il mito di Icaro: «Lasciarsi prendere dal gusto della scoperta senza salvaguardare i criteri che vengono da una visione più profonda farebbe cadere facilmente nel dramma di cui parlava il mito antico: il giovane Icaro, preso dal gusto del volo verso la libertà assoluta e incurante dei richiami del vecchio padre Dedalo, si avvicina sempre di più al sole, dimenticando che le ali con cui si è alzato verso il cielo sono di cera. La caduta rovinosa e la morte sono lo scotto che egli paga a questa sua illusione». Da qui la sfida che Benedetto XVI ha lanciato dalla «sua» università: occorre ripartire da un uso della ragione che non faccia fuori a priori il problema della verità della vita, perché senza il legame riconosciuto e ricercato con la verità della vita anche la più grande scoperta in ogni campo del conoscere rischia di non portare frutto, di non essere gustata e compresa a pieno. Ed è proprio ripartendo dalla verità che l'università può tornare ad essere uni-versitas, momento di sintesi e di tensione verso l'unità del sapere e della vita. Infatti «porre al centro il tema della verità non è un atto meramente speculativo, ristretto a una piccola cerchia di pensatori; al contrario, è una questione vitale per dare profonda identità alla vita personale e suscitare la responsabilità nelle relazioni sociali». Per questo, infine, l'università «ha il compito non solo di indagare la verità e di suscitarne perenne stupore, ma anche di promuoverne la conoscenza in ogni sfaccettatura e di difenderla da interpretazioni riduttive o distorte».
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Ragionpolitica, periodico on line n.183 del 24/10/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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