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Ripartire dal nucleare

di Emanuela Melchiorre - 26 ottobre 2006

In occasione del vertice tenuto il 21 ottobre scorso a Lahti, la città finlandese sulle rive del lago Vesijärvi, tutti i massimi rappresentanti degli Stati europei hanno fatto una esplicita richiesta a Vladimir Putin, quella di garantire all'Unione Europea una fornitura certa e sufficiente di energia per il prossimo inverno. Egli ha risposto con deliberata vaghezza, nel preciso intento di non indebolire la sua posizione di potere nei confronti dell'UE. L'Europa, ma in misura maggiore l'Italia, si trova oggi in una sconfortante situazione di dipendenza energetica. L'Italia si differenzia però enormemente dal resto d'Europa, poiché gli altri Paesi, Francia in testa, producono elettricità in prevalenza da carbone e attraverso il nucleare, mentre noi, con il referendum del 1987, abbiamo rinunciato al nucleare senza disporre di alternative valide per la produzione nazionale di energia. Tale infausta decisione, frutto dell'impatto negativo che ebbe la catastrofe di Chernobyl sull'opinione pubblica di allora, ha fatto sì che oggi l'Italia subisca i maggiori costi dell'energia elettrica, con un prezzo del chilowattora, secondo l'Enel, che supera del 22% la media europea.

Il nucleare presenterebbe molti vantaggi, come, in primo luogo, l'economicità della sua produzione. È stato calcolato, secondo quanto riportato da Centimetri, che il nucleare, nella graduatoria dei costi di produzione, è al secondo posto (25 euro/MWH) e segue la sola produzione idroelettrica (20 euro/MWH). In secondo luogo, l'energia nucleare interessante ai fini industriali è quella ottenuta dalla fissione. Un processo, quest'ultimo, che non produce affatto anidride carbonica. Un vantaggio non indifferente se si considera che, secondo previsioni delle EIA (Energy International Agency), a parità di condizioni, la produzione mondiale di anidride carbonica aumenterà del 50% nel giro di 30 anni.

Il vero problema dell'energia nucleare ancora non del tutto risolto riguarda le scorie radioattive, ovvero lo smaltimento dei sottoprodotti della fissione nucleare, che sono radioattivi per migliaia, a volte milioni di anni. La pratica più diffusa è quella di seppellirli a grandi profondità in terreni a formazione rocciosa stabile. In questi giorni, però, è stato sperimentato un particolare tipo di reattore nucleare, il reattore nucleare subcritico, che entrerà in produzione entro il 2015, e che ha la funzione di utilizzare il 95% dei sottoprodotti dei tradizionali reattori, costituito da uranio non convertito. È il frutto di un progetto sperimentale, il progetto Kart, che l'Università di Kyoto ha eseguito in Giappone, avvalendosi delle ricerche congiunte di scienziati giapponesi ed europei. Utilizzando le parti più pesanti dell'uranio, il reattore subcritico produrrà una dose ulteriore di energia con scorie finali che in un primo tempo saranno più radioattive, ma che dureranno poche centinaia di anni, quindi molto meno delle scorie tradizionali.

La scienza ha fatto molti passi in avanti rispetto al 1986, creando reattori di seconda e di terza generazione, incrementando le garanzie di sicurezza e tentando di ridurre il problema delle scorie radioattive. La dipendenza energetica non si risolve con la politica dello struzzo, chiudendo le centrali nucleari sul territorio nazionale e acquistando a caro prezzo l'energia nucleare dai Paesi confinanti. La diretta conseguenza di una simile politica è il rallentamento della crescita economica e la perdita di competitività dell'Italia rispetto ai Paesi che perseguono politiche energetiche più lungimiranti. La dipendenza energetica si risolve, invece, considerando il fatto che già oggi l'energia nucleare è tra le più ecologiche tra quelle a sufficiente tasso di rendimento e sviluppando la ricerca per un rapido e ragionevole smaltimento delle scorie radioattive.

Emanuela Melchiorre

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