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La resistenza antisovietica in Europa orientale

di Aldo Vitale - 26 ottobre 2006

Nei prossimi giorni, in cui il popolo italiano gozzoviglierà fra un reality ed un pettegolezzo, fra una sciocchezza su Berlusconi ed un insensato attacco al Vaticano, il popolo ungherese celebrerà il cinquantesimo anno della rivolta contro il titano sovietico che nei giorni a cavallo tra la fine di ottobre ed i primi di novembre del 1956 toccò il suo culmine provocando l'intervento delle forze corazzate dell'armata rossa con la conseguente morte di migliaia di civili.

Spesso la storiografia ritiene che la rivoluzione di Budapest del 1956 sia stata la prima forma di sollevazione nell'impero sovietico, la prima occasione in cui si è manifestato il malessere delle popolazioni dei paesi dell'Europa dell'Est avverso l'occupazione militare di un Paese straniero come l'Urss che nel 1989 porterà all'implosione del sistema sovietico e dei suoi regimi satellite. Tuttavia così non è. I moti di resistenza contro l'Unione Sovietica sono molto più risalenti, almeno di più d'un decennio. Quando si pensa al periodo resistenziale le menti degli Italiani sono rinviate, quasi automaticamente, al periodo in cui, a partire dalla caduta del regime fascista nel luglio del 1943, alcune migliaia di connazionali imbracciarono le armi per ingaggiare una lotta partigiana, di guerriglia, di sabotaggio contro le truppe germaniche d'occupazione in Italia. Attorno a quei fatti, mai ufficialmente del tutto chiariti e criticati con oggettivo distacco, è stata creata un'aura mitologica grazie a tanta parte di quella complice storiografia che, praticando una sorta di mitografia della resistenza, ne ha consacrato l'intangibilità e ne ha suggellato la purezza inconfutabile da tramandare nelle pagine della storia e della memoria repubblicane.

Tuttavia, se per gli italiani il termine resistenza richiama alla mente la lotta contro gli artigli del nazionalsocialismo, per le popolazioni della Lettonia, dell'Estonia, della Lituania, dell'Ucraina, della Romania, della Croazia, della Slovenia, dell'Albania il termine non può che ricordare la strenua e parimenti eroica lotta contro le fauci del titano sovietico.

Le intenzioni di Mosca furono chiare fin dal principio, seppur per decenni la complicità ideologica di gran parte della storiografia europea in genere ed italiana in particolare abbia negato l'evidenza: la conquista del mondo per la creazione della profezia marxista, cioè la dittatura mondiale del proletariato. Proletari di tutto il mondo unitevi. Tuttavia, nonostante la rivoluzione d'ottobre, o forse proprio per questo, fu chiaro che l'esperimento della rivoluzione non si sarebbe contagiato al proletariato degli altri Stati europei e mondiali e con il tempo, con l'avvento di Stalin soprattutto, si ritenne che occorresse esportare il comunismo con la forza, con la guerra, approfittando, magari, di una futura guerra fra gli Stati capitalistici. La seconda guerra mondiale fu l'occasione perfetta: Stati borghesi come la Germania e l'Italia contro altri Stati borghesi come Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Mosca non poteva restare a guardare e diede un colpo al cerchio ed uno alla botte, alleandosi dapprima con Hitler, e poi, con la solita ipocrisia tipica della retorica comunista sulla guerra patriottica di liberazione dal nazi-fascismo, si schierò con gli Alleati.

La Russia stava stretta a Stalin, che già dal 1939 aveva adocchiato fertili terre per l'espansione del socialismo reale: la Polonia, la triplice baltica e la Finlandia. Nell'autunno del 1939, la diplomazia sovietica si mise in moto convocando a Mosca i rappresentanti dei Governi della triplice baltica e della repubblica finlandese. Dietro la scusa del consolidamento delle difese sovietiche Stalin avanzò pretese di carattere territoriale verso l'Estonia, la Lettonia e la Lituania, che accettarono obtorto collo; la Finlandia, invece, che da sola rifiutò il diktat di Stalin di cedere l'intera penisola della Carelia, pochi giorni dopo si ritrovò invasa dalle truppe sovietiche. La guerra proseguì con i fatti che tutti conoscono: i tedeschi avanzarono fino alle porte di Mosca, ma vennero fermati dalla più grande risorsa bellica della Russia: il generale inverno. Dalla disfatta di Stalingrado del 1941-1942 e dalla disfatta dell'Operazione Zitadelle nel saliente di Kursk del 1943 i tedeschi poterono solo ritirarsi e cedere terreno alle armate sovietiche. Differentemente dalle truppe anglo-americane, che restituivano la sovranità ai popoli che liberavano dal giogo nazista, i sovietici ne imponevano un altro: il loro. Si andarono così costituendo gruppi ed organizzazioni di partigiani contro l'invasione dell'armata rossa. Il Paastekomitee estone, l'LNPA (Unione Nazionale Partigiani Lettoni), l'LGK (Comitato per la Difesa Lituana), l'OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini), i Krizari croati, tutte organizzazioni partigiane che hanno rivolto tutte le loro energie e le loro risorse nella lotta contro il leviatano sovietico assiso sul trono della sua tirannide schiacciante milioni di vite in tutta l'Europa orientale.

Fu così che dal 1944 al 1956 in quasi tutti i paesi «liberati» dall'armata rossa si combatté una furiosa guerra antisovietica ed anticomunista che causò decine e decine di migliaia di morti ben prima dell'Ungheria nel '56 e della primavera di Praga nel '68. Presto, tuttavia, tutti i moti di resistenza vennero soffocati dopo più d'un decennio di lotta all'ultimo sangue contro il «Padre dei Popoli», Stalin.

Spenti questi focolai però una fiammata di ritorno doveva ancora coinvolgere il gigante sovietico: era l'ora della Polonia e dell'Ungheria che nel 1956 daranno filo da torcere al Cremlino, comprovando ciò che sostenne uno dei più famosi marxisti redenti e pentiti, uno dei più rinomati pilastri del pensiero liberale, uno dei più strenui difensori della libertà contro il dispotismo e la tirannia del materialismo storico come Karl Popper: «La libertà politica, la libertà dal dispotismo, è il più importante di tutti i valori politici. E dobbiamo esser sempre pronti a lottare per la libertà politica. La libertà può venir sempre perduta. Non ci è permesso di restare con le mani in mano, pensando che essa sia assicurata per sempre».

Aldo Vitale

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