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Junio Valerio Borghese e la Decima Masdi Erik Marangoni - 2 novembre 2006 Spesso, nel corso di discussioni sul ruolo svolto dalle Forze Armate italiane durante la Seconda Guerra mondiale, la vulgata degli storici tende a metterne in evidenza lo stato di impreparazione, la mancanza di equipaggiamento e, in generale, l'assoluta mancanza di coordinamento tra i reparti. Del resto, che il popolo italiano non avesse eccessiva predisposizione per la vita militare lo capì lo stesso Mussolini, il quale, salutato come il salvatore della pace al suo ritorno dalla Conferenza di Monaco nel 1938, rimase irritato nel vedere tanti italiani gioire per lo scampato pericolo, proprio lui che aveva cercato per anni di forgiare un nuovo popolo alle asprezze della guerra. Tuttavia, la Seconda Guerra mondiale per gli italiani non fu solamente sinonimo di sconfitte e umiliazioni, come la storiografia ufficiale ha sempre cercato di far credere. Ci furono esempi di valore militare, di ardimento e di coraggio, di dedizione totale alla causa, alla famiglia reale, al Duce. Esempi che, purtroppo, per diverse ragioni non sono stati adeguatamente studiati se non da autori considerati di secondo piano. Tra questi esempi, un cenno particolare lo merita l'attività della Decima Flottiglia Mas guidata, per buona parte della guerra, da un nobile romano, ufficiale di Marina, il principe Junio Valerio Borghese. La figura di Borghese è tra le più controverse nel panorama storico italiano del XX secolo. Come noto, dopo l'8 settembre Borghese decise di continuare a combattere al fianco dei tedeschi, come del resto tutto il popolo italiano aveva accettato di fare nel giugno del 1940 quando Mussolini dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna. Fu una scelta coraggiosa, fatale, che - e di questo Borghese era conscio - lo avrebbe segnato per tutta la vita. Posto al comando di uno dei reparti d'élite della Marina italiana, la Decima Mas, di cui faceva già parte in qualità di comandante del sommergibile Scirè, ancor prima che fosse ricostituito il regime fascista nel nord Italia con il ritorno di Mussolini dalla Germania, Borghese firmò un trattato di alleanza con il Reich germanico per il coordinamento delle operazioni contro gli anglo-americani - ciò che consente di valutare appieno il livello di ammirazione che i tedeschi nutrivano per il giovane ufficiale (era capitano di fregata) romano. Di ciò Mussolini, dai palazzi dell'effimera Repubblica di Salò, non poteva essere molto contento, dato che la Decima Mas di fatto agiva in totale autonomia. Il Duce, anzi, mal tollerava i tentativi di inserimento nel sistema organizzativo militare di Salò che i solerti burocrati repubblichini portavano avanti. A seguito di uno di questi tentativi, finalizzato a «sottrarre» alla Decima una parte dei volontari che affluivano numerosi alla caserma di La Spezia, e del successivo rifiuto da parte di Borghese, il Duce fece arrestare e rinchiudere nella fortezza di Brescia il comandante della Flottiglia. Il capitano Nino Buttazzoni, fedelissimo di Borghese e Comandante del reparto Np (Nuotatori Paracadutisti), già era pronto per andarlo a liberare, anche a costo di far fuori il «nonno» della patria, cioè Mussolini stesso, ma fu fermato da una lettera dello stesso Borghese, il quale voleva a tutti i costi evitare uno scontro con le truppe di Salò in un momento tanto delicato. Liberato dietro pressione del Comando tedesco, Borghese riprese il suo posto al comando della Decima Mas, affrontando le truppe anglo-americane nel Lazio e i partigiani di Tito ai confini orientali dell'Italia. Il 25 aprile 1945, al termine della guerra, Borghese si consegnò in uniforme ai partigiani di Milano dopo aver congedato i suoi uomini. Da Milano fu successivamente trasportato a Roma da agenti inglesi, per sottrarlo alla sorte che i partiti più estremisti del Comitato di Liberazione Nazionale gli avevano riservato. Dopo qualche anno di carcere, beneficiò dell'amnistia di Togliatti, fu degradato a marinaio semplice e si congedò definitivamente dalla vita militare attiva. Nel 1970, successivamente ad un presunto tentativo di colpo di Stato, del quale a tutt'oggi non si conoscono che pochi elementi e molto confusi, Borghese scelse la strada dell'esilio a Cadice, in Spagna, dove morì nel 1974. Junio Valerio Borghese non era un politico di professione. Pur essendo stato da molti descritto come «principe nero», non ebbe mai la tessera del partito fascista, anche se in seguito accettò la carica di presidente del Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante. Borghese era un militare, per il quale valeva una regola fondamentale che vietava di venir meno alla parola data, in questo caso agli alleati tedeschi. Quando decise, nonostante il gesto di Badoglio, di continuare la guerra al loro fianco, la Decima Mas fu letteralmente sommersa di richieste di arruolamento provenienti da giovani che avevano subìto l'armistizio come un tradimento dell'onore nazionale e che decisero di combattere in uno dei reparti più ammirati delle Forze Armate italiane. La Decima Mas, a quel tempo, era già una leggenda. Nella baia di Suda aveva provocato il danneggiamento dell'incrociatore britannico York e di altro naviglio, ad Alessandria d'Egitto a fare le spese degli attacchi italiani furono le corazzate Valiant e Queen Elizabeth, mentre altro naviglio civile e militare venne affondato nel porto britannico di Gibilterra, per non parlare dell'impegno della Decima Mas nel Mar Nero e in difesa delle coste siciliane. Fedeli agli ordini impartiti dal loro comandante, gli uomini della Decima erano pronti ad ogni tipo di sacrificio per portare a termine la loro missione, come nel caso di Teseo Tesei, membro storico della Decima e progettista del siluro a lenta corsa, che si fece esplodere contro le difese del porto di La Valletta, a Malta, per aprire la strada ai suoi commilitoni, lanciati all'assalto delle navi britanniche. Quando arrivò la notizia dell'armistizio, Borghese stava predisponendo dei piani di attacco contro il porto di New York (e la roccaforte britannica di Free Town nella Sierra Leone) che avrebbero, per la prima volta nella storia statunitense, portato la guerra sul territorio continentale degli Usa. Abbandonati i piani di attacco negli Stati Uniti, buona parte dell'attività della Decima fu, dopo l'8 settembre, finalizzata a difendere i confini nazionali, soprattutto nella Venezia Giulia, dove già erano incominciati gli infoibamenti dei comunisti titini, appoggiati da esponenti di punta della Resistenza italiana. Nel corso di quell'orribile carneficina che fu la guerra civile italiana, la Decima e i partigiani giunsero spesso a incrociare le armi ed entrambi si resero responsabili di fucilazioni e impiccagioni sommarie, nonostante i tentativi di Borghese di evitare a tutti i costi una lotta fratricida. In tal senso sono da leggere le offerte fatte da Borghese ai comandanti partigiani per uno sforzo comune di difesa dei confini nazionali - offerta che, naturalmente, i partigiani rifiutarono. Dopo la guerra, e per molti anni ancora, le attività belliche della Decima Mas subirono un ostracismo totale da parte della storiografia di regime, che le bollava come «fasciste» e quindi non degne di menzione, anzi da dimenticare. Furono invece apprezzate, paradossalmente, nei Paesi ex-nemici dell'Italia, come Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna, dove vennero tradotte in libri e manuali destinati alla preparazione delle Forze Armate. Comunque, già nel corso della guerra più volte i vertici dell'amministrazione britannica, tra cui il primo ministro Churchill, riconobbero il valore e il coraggio degli italiani della Decima Mas, al punto che Luigi Durand de la Penne - che, insieme a Emilio Bianchi, provocò il danneggiamento della corazzata Valiant - al suo ritorno in Italia dalla prigionia ricevette la medaglia d'oro al valor militare, appuntatagli sul petto nientemeno che da un ufficiale inglese, già comandante della Valiant. Gli alleati già allora seppero riconoscere il valore della Decima Mas, gli italiani purtroppo ancora no.
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Ragionpolitica, periodico on line n.184 del 31/10/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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