|
|||||||
|
|
Il «triangolo della morte»di Vincenzo Merlo - 28 ottobre 2006 «Noi chiamammo poco tempo fa l'Emilia "Messico d'Italia", ma ciò è ingiusto perché piuttosto si deve dire che il Messico è l'Emilia d'America. Cose terribili succedono a Castelfranco Emilia e gente ci manda lettere piene di terrore elencando assassinii. Quarantadue persone sono già state soppresse misteriosamente per cause di politica o di vendetta, in uno spazio di pochi chilometri quadrati, in piena pianura. E la gente sa, ma non parla perché ha paura». Così scriveva Giovannino Guareschi nel maggio 1946, a proposito della mattanza che si andava profilando nella terra a lui cara, la pianura che si stende lungo l'antica Via Emilia, con vertici a Bologna e Reggio e centro a Ferrara. Qui la guerra partigiana si prolungò nel tempo, ben oltre il 25 aprile del 1945 (data della fine della guerra), disseminando di migliaia di cadaveri le campagne. E qui venne coniato il termine «triangolo della morte», con cui all'inizio si intese definire il territorio tra i Comuni modenesi di Manzolino, Castelfranco e Piumazzo; più tardi esso si allargò progressivamente anche alle province di Reggio Emilia, Bologna e Ferrara. Nel «triangolo della morte» si verificarono, fino al settembre 1946, efferati omicidi ascrivibili a bande di partigiani, prevalentemente di area comunista. Non si trattò, quindi, di caduti in guerra, ma di esecuzioni sommarie e di rappresaglie personali senza processo. La maggior parte delle vittime aveva poco o nulla a che fare con la politica: spesso il loro crimine, agli occhi dei partigiani, era quello di incarnare l'ideale cattolico che si opponeva alla realizzazione del loro sogno comunista. E tante di quelle morti sono rimaste tuttora sconosciute all'opinione pubblica. Come quella dei sette fratelli Covoni, uno solo dei quali era qualificabile come fascista, e di cui l'ultima, Ida, ventenne, era madre di una bimba di pochi mesi: vennero tutti trucidati ad Argelato, l'11 maggio 1945, e i loro corpi trovati solo nel '51. O come le decine di persone trucidate all'interno del castello Guidotti di Fabbrico (Reggio Emilia), dove dal 23 aprile alla fine di maggio 1945 furono rinchiusi da 50 a 70 prigionieri, uomini e donne, militari e civili: dentro la prima stanza dell'ala est avvennero torture e sevizie allucinanti, a molti furono cavati gli occhi, altri furono portati fuori e sepolti dove capitava, ancora agonizzanti o finiti a badilate. L'elenco delle vittime del «triangolo della morte» emiliano (diverse migliaia, forse addirittura tra le 12.000 e le 15.000, secondo le ricerche più recenti) dimostra che il massacro era politicamente diretto. Nulla avvenne per caso, ma fu affidato ad una regia di base e di vertice mossa da intenti precisi. Vi era il progetto, cioè, di eliminare in primo luogo i sacerdoti, gli industriali e i cosiddetti «nemici di classe» dei comunisti. Scrive lo storico e saggista Massimo Caprara (già segretario di Palmiro Togliatti) in un illuminante articolo pubblicato sulla rivista Il Timone (n° 39, gennaio 2005): «A capo delle liste furono collocati i religiosi. Valga il caso cruento del sacerdote don Umberto Pessina, parroco di S. Martino di Correggio, ucciso il 18 giugno 1946. L'ex deputato comunista e comandante di un distaccamento partigiano, Giannetto Magnanini, ha rivelato in un libro recente che il delitto, allora rimasto oscuro, fu opera precisamente della ronda comandata dal dirigente provinciale comunista di Reggio Emilia. Il Partito Comunista non solo fu diretto esecutore ma anche paradossale accusatore, provocando la condanna di falsi colpevoli nelle persone di Germano Nicolini, Elio Ferretti e Antonio Prodi, innocenti. Don Pessina aveva tentato di difendersi: fu colpito nel corso della colluttazione e impietosamente finito». Oltre all'incredibile cifra di novantadue religiosi (sacerdoti e seminaristi) uccisi per mano dei partigiani comunisti nella sola Emilia Romagna, va rammentato che pagarono un tributo di sangue anche numerosissimi laici. Tra questi spicca la nobile figura di Giuseppe Fanin, apostolo dell'idea cristiana tra i braccianti e i contadini, ucciso vicino a Bologna il 4 novembre 1948, a soli ventiquattro anni, a causa del suo impegno di attuazione pratica della dottrina sociale della Chiesa. Altro settore preso di mira: quello dei dirigenti e proprietari d'industria. Fra questi, il direttore delle Officine reggiane, Arnaldo Vischi, ucciso il 31 agosto 1945. Furono colpiti, insomma, soprattutto sacerdoti e industriali, obiettivi esemplari dell'ideologia classista marxista. Anche don Dario Zanini, anziano parroco di Sasso Marconi (BO), nonché autore di un volume coraggioso quale Marzabotto e dintorni, si dice convinto che «l'ostilità verso la Chiesa c'entrava molto nei delitti commessi dopo la guerra, molto più che in quelli commessi durante il conflitto. Da noi, dopo il 25 aprile, esplose una faziosità incredibile, che aveva l'obiettivo di scardinare gli elementi religiosi, le associazioni cattoliche. Ad alto livello nel Pci c'era un vero e proprio progetto ideologico. C'è stata per esempio una capillare organizzazione per far riparare all'estero i responsabili dei delitti, in Jugoslavia o a Praga. La Resistenza da noi fu la preparazione per la consegna dell'Italia oltrecortina e la regolarità con cui avvenivano gli eventi faceva trapelare l'esistenza di un processo complessivo». Insomma, per dirla con Paolo Mieli: «Il numero di preti fatti fuori in quegli anni è davvero incredibile. Don Pessina, don Galletti, don Donati e tanti altri: non c'entravano nulla con i fascisti, al massimo avevano benedetto qualche salma di fascista ucciso, forse aiutavano la Dc a raccogliere voti... La verità è che furono uccisi da comunisti e che nessun assassino fu denunciato dal Pci». Pci che, invece, cercò in ogni modo di far cadere un velo su quegli eccidi. «Una mano assolutoria definitiva agli assassini del "triangolo" - conclude Caprara nel suo articolo - venne data dal segretario generale del partito, Togliatti. Lo strumento usato fu quello di un'amnistia generalizzata che finì con il comprendere anche responsabili di delitti della Repubblica di Salò. Essa fu promulgata nel giugno 1946 e venne elaborata con il chiaro intento di seppellire un periodo scomodo per la storia comunista del dopoguerra. Togliatti era allora, dal 21 giugno 1945, membro del governo italiano, guardasigilli e responsabile dell'ordine giudiziario che avrebbe dovuto colpire inesorabilmente le vendette operate dagli ambienti partigiani. Così non fu: avvenne anzi il contrario e... giustizia non è stata fatta». Vincenzo Merlo |
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.183 del 24/10/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||