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Il futuro della Chiesa secondo il cardinale Ratzingerdi Mariacristina Nasi - 7 novembre 2006 Nel suo libro Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio. In colloquio con Peter Seewald (edizioni San Paolo, 2001), l'allora cardinale Ratzinger si interrogava sul futuro della Chiesa. Essa, a suo parere, «si ridurrà di dimensioni» e dovrà «ricominciare da capo», ma trarrà «grande forza dal processo di semplificazione che ha attraversato» e ritroverà la capacità di «guardare dentro di sé». In un mondo «rigorosamente pianificato», gli individui «riscopriranno la piccola comunità dei credenti come qualcosa di completamente nuovo. Come una speranza che li riguarda, come una risposta che hanno sempre segretamente cercato». I dati sulla diminuita percentuale di cristiani battezzati in Europa rivelano che, in alcune aree culturali, si riduce «la possibilità di identificazione tra popolo e Chiesa». Il cardinal Ratzinger, tuttavia, fa notare come, pur se «qualcosa di molto bello», la Chiesa di massa non sia «necessariamente l'unica modalità di essere della Chiesa». Basti pensare alla Chiesa dei primi tre secoli: piccola, «senza per questo essere una comunità settaria», chiusa in se stessa; al contrario, «sentiva di avere una responsabilità nei confronti dei poveri, dei malati, di tutti». Inoltre, l'attuale pontefice ricorda che, come le comunità ebraiche avevano dato vita ad un gruppo di «simpatizzanti», i timorati di Dio, che si erano accostati alla fede e «ne testimoniavano la grande apertura all'esterno», così, nella Chiesa antica, attraverso il catecumenato, chi ancora non si sentiva pronto per «un'identificazione totale con la Chiesa», poteva nondimeno avvicinarsi ad essa. Questa apertura alla comunità è «componente ineliminabile nella Chiesa», che non è un club. Oggi come ieri, afferma il cardinal Ratzinger, è necessario scoprire «nuove forme di apertura all'esterno, nuove modalità di coinvolgimento parziale di coloro che sono al di fuori della comunità dei credenti». Secondo l'attuale pontefice, infatti, la partecipazione, anche sporadica, alla vita della Chiesa è «una forma di avvicinamento alla benedizione del sacro, alla sua luce». Perciò si devono individuare modalità differenti di coinvolgimento e partecipazione, che permettano alla Chiesa di «aprirsi interiormente a coloro che stanno ai margini delle sue comunità». Interpellato se la Chiesa possa rinunciare ad essere universale, accessibile a tutti, il cardinal Ratzinger risponde che essa deve «rimanere aperta», e non ridursi ad «un gruppo chiuso, autosufficiente». I cristiani devono, pertanto, divenire missionari «nel senso di riproporre alla società quei valori che dovrebbero informare di sé la sua coscienza», e che sono «alla base della possibilità di costituire una comunità sociale davvero umana». In alcuni Paesi la Chiesa continuerà ad essere «di massa», in altri la diventerà, in altri ancora non lo sarà più; ciò che conta, però, è che continui ad annunciare i grandi valori umani universali «quali stelle polari nel processo di costruzione di un corpo sociale umano». Poiché, sostiene l'attuale pontefice, «se il diritto non ha più fondamenta morali condivise, decade anche in quanto diritto». In tal senso la Chiesa acquista realmente una responsabilità universale e missionaria, che si traduce in impegno per una «nuova evangelizzazione». Proprio perché non può «accettare tranquillamente che il resto dell'umanità precipiti nel paganesimo di ritorno», essa deve «ricorrere a tutta la sua creatività per far sì che non si spenga la forza viva del Vangelo». Allora il messaggio di Cristo, propagato da testimoni fedeli, sarà davvero lievito, capace di far fermentare tutta la massa (Mt 13,33), a ribadire «l'universalità della responsabilità».
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Ragionpolitica, periodico on line n.185 del 6/11/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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