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Crisi di cultura, crisi di significato

di Gianteo Bordero - 4 novembre 2006

Come il santo patrono d'Europa Benedetto, di cui ha assunto il nome al momento della sua elezione al soglio pontificio, Joseph Ratzinger sente profondamente la necessità di ricostruire una cultura che contribuisca all'edificazione di una società più vivibile, più umana, non dimentica delle sue radici spirituali e della sua identità. In una conferenza tenuta a Subiaco l'1 aprile del 2005, dedicata alla crisi culturale dell'Europa, l'allora cardinale Ratzinger affermò che «ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all'intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini. Abbiamo bisogno di uomini come Benedetto da Norcia il quale, in un tempo di dissipazione e di decadenza, si sprofondò nella solitudine più estrema, riuscendo, dopo tutte le purificazioni che dovette subire, a risalire alla luce, a ritornare e a fondare a Montecassino, la città sul monte che, con tante rovine, mise insieme le forze dalle quali si formò un mondo nuovo».

Concetti, questi, ripresi da Benedetto XVI ieri all'inaugurazione dell'anno accademico della Pontificia Università Gregoriana. Il Papa ha voluto ancora una volta - mostrando con ciò quanto gli stia a cuore questo tema - porre l'accento sul fatto che la cultura, se veramente vuole generare qualcosa di grande per la vita degli uomini e della società, non può prescindere dal riferimento a Dio. Abbandonato infatti tale riferimento, non solo perde di qualità e di profondità la riflessione scientifica, filosofica, teologica, ma anche e soprattutto si rattrappisce la dimensione spirituale dell'esistenza umana, con conseguenze drammatiche per la vita sociale. Nel suo discorso, così, Benedetto XVI ha sottolineato che «l'uomo, sia nella sua interiorità che nella sua esteriorità, non può essere pienamente compreso se non lo si riconosce aperto alla trascendenza. Privo del suo riferimento a Dio, l'uomo non può rispondere alle domande fondamentali che agitano e agiteranno sempre il suo cuore riguardo al fine e quindi al senso della sua esistenza. Conseguentemente - ha detto ancora - neppure è possibile immettere nella società quei valori etici che soli possono garantire una convivenza degna dell'uomo. Il destino dell'uomo senza il suo riferimento a Dio non può che essere la desolazione dell'angoscia che conduce alla disperazione». Appare dunque chiaro come le radici della crisi di cultura dell'uomo europeo e occidentale siano da individuare fondamentalmente nel progressivo distacco dalla trascendenza e nel più o meno teorizzato svuotamento della dimensione spirituale dell'esistenza, seguiti inevitabilmente da una riduzione del sapere ai meri aspetti «pratici», a ciò che, come ha detto lo stesso Benedetto XVI al Convegno ecclesiale di Verona, è «calcolabile e sperimentabile».

Se perciò la crisi del sapere è innanzitutto crisi spirituale ed esistenziale, è proprio a questi livelli che bisogna scendere, come fece il patrono d'Europa, per rimettere in circolo la linfa vitale di una visione unitaria che sappia tenere assieme vita e pensiero, esistenza e conoscenza, fede e ragione. Infatti - ha osservato Papa Ratzinger alla Gregoriana - «la cultura secolare... tende sempre più non solo a negare ogni segno della presenza di Dio nella vita della società e del singolo, ma con vari mezzi... cerca di corrodere la sua capacità di mettersi in ascolto di Dio». Non tanto, dunque, viene negato Dio, quanto la sua possibilità di incidere nell'esperienza personale e sociale. Ma, soprattutto, si tenta di inaridire il terreno interiore dal quale fioriscono le grandi domande dell'esistenza, gli interrogativi fondamentali da cui dipendono l'orientamento di fondo e le scelte concrete della vita. E' una sfida più sottile e più insidiosa, questa, di quella rappresentata dal vecchio e classico ateismo, che ideologicamente negava Dio e riteneva la religione «l'oppio dei popoli». Ora è la stessa apertura dell'uomo alla ricerca di un significato che, più che venire negata, è sempre più incompresa, frammentata, depotenziata; è la stessa possibilità di fare stabilmente esperienza del vero ed entrarvi in relazione ad essere messa in discussione.

Prima ancora che immaginare ricette sociali, perciò, è importante, per la cultura del nostro tempo, riscoprire il legame di Dio con l'esistenza umana, perché «solo in riferimento al Dio-Amore, che si è rivelato in Gesù Cristo, l'uomo può trovare il senso della sua esistenza e vivere nella speranza, pur nell'esperienza dei mali che feriscono la sua esistenza personale e la società in cui vive. La speranza fa sì che l'uomo non si chiuda in un nichilismo paralizzante e sterile, ma si apra all'impegno generoso nella società in cui vive per poterla migliorare».

! Gianteo Bordero
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Ragionpolitica, periodico on line n.184 del 31/10/2006
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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