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Italia-Argentina: tragico 1 a 1 nel derby della Storiadi Francesco Natale - 4 novembre 2006 Paesi lontani geograficamente, l'Italia e l'Argentina, eppure molto simili tra loro, complice al riguardo anche la consistente emigrazione italiana verso la nazione sudamericana. Nazione che conobbe, 60 anni fa, un vero e proprio boom economico grazie alle immani riserve alimentari, specialmente nel settore delle carni bovine, che fecero dell'Argentina un Paese leader nell'export alimentare mondiale: ottima qualità dei prodotti e prezzi competitivi. Un binomio storicamente vincente nel contesto del libero mercato. Paese in cui la passione politica e l'interesse diffuso per quest'ultima da parte della popolazione fu pari, se non superiore, a quello riscontrabile in Italia. La dittatura «soft» e il populismo da stadio di Peron, l'era dell'assistenzialismo irresponsabile, ammantato però da una patina di romantica nobiltà generata dal carisma del presidente e di sua moglie Eva. Quindi la cacciata di Peron nel 1955 e il susseguirsi di governi democraticamente eletti alternati a giunte militari, fautrici di una politica severa e autoritaria che però non arrivò mai alla allucinante crudeltà del governo militare instauratosi nel 1976, dopo l'inconsistente e corrottissimo governo di Isabela Peron, seconda moglie del «Presidentissimo». Poi il buio: la tragica sorte dei desaparecidos, gli «scomparsi», a migliaia, a decine di migliaia. Uomini e donne sequestrati, torturati, uccisi e poi svaniti nel nulla, forse gettati nell'Atlantico, forse sotterrati in qualche fossa comune o bruciati negli inceneritori. Basta il semplice sospetto per «sparire», per patire un fato peggiore della morte: la cancellazione totale dell'individuo. Nessun corpo sul quale genitori o congiunti possano piangere, nessuna tomba sulla quale deporre un fiore. Dopo l'intollerabile oltraggio alla Vita, l'abominevole oltraggio alla Memoria. Ma qui, grazie a Dio, la nostra strada italiana si discosta da quella argentina, e le similitudini cessano... O forse no? Se ripensiamo a quanto accadde in Italia dopo il 25 aprile del 1945, ecco che le similitudini rientrano tragicamente in gioco. Ancora oggi il numero preciso delle vittime uccise dopo la fine della Guerra Civile è sconosciuto: chi ne circoscrive il numero a 20.000, chi sostiene che i morti ammazzati furono più del doppio. Altri «scomparsi», massacrati in massa a colpi di mitra o sequestrati e barbaramente uccisi all'ombra dei campi di melica nel «triangolo rosso». Anche qui in Italia nessun corpo, nessuna tomba, nessuna memoria se non quella di parenti e congiunti disperati e costretti al silenzio dalla paura di vendette trasversali e da una schiacciante vulgata ideologica tutta impegnata a costruire la leggenda aurea di una Resistenza perfetta, intoccabile, obiettivamente giusta nei presupposti, aprioristicamente legittima negli esiti, sempre e comunque. Il tempo ha fatto il resto: la cultura della rimozione ha di fatto cancellato la tragica stagione degli «anni di piombo» dalla memoria storica degli italiani. Tanto più facilmente ha annientato la memoria storica di eventi ben più risalenti nel tempo rispetto agli anni '70. Eppure qualcosa è rimasto. Qualcosa di latente, di nascosto. Una ferita che, contrariamente a quanto sostengono oggi patinati accademici, non si è mai rimarginata, e che mai si rimarginerà fino a quando continueremo ad essere, come sostiene Luca Telese nel suo splendido libro Cuori Neri, il paese «della memoria ambigua e della identità sospesa».
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Ragionpolitica, periodico on line n.184 del 31/10/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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