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Giovani a vita? No, grazie

di Letizia Bandoni - 9 novembre 2006

Giovani sempre più sfiduciati, usati come banderuole per dipingere in chiave young certe manovre del governo ma completamente dimenticati dal sistema e completamente estranei alle regole di questo sistema. Cercano protezione, i giovani, ma non sono pronti ad assumersi il peso di decisioni importanti e vincolanti perché, affermano, «niente è per sempre». Il sesto rapporto dell'Istituto IARD sulla condizione giovanile in Italia dipinge così le contraddizioni di vita del mondo giovanile: fugacità di un «oggi c'è e domani non c'è più» contro stabilità della protezione, solo sperata. Escono di casa sempre più tardi: quasi il 70% dei 25-29enni ed il 36% dei 30-34enni vive ancora con i genitori. Diventano grandi sempre più tardi, facendo segnare un vero record negativo per l'Italia rispetto all'Europa intera: finiscono gli studi più tardi, trovano lavoro con maggiori difficoltà, si sposano e fanno figli in età sempre più avanzata rispetto ai colleghi europei.

Ma cosa c'è che non va? Non va il sistema, in Italia. Ecco perché i nostri giovani sono sfiduciati. Si esce dalla scuola o dalle università «de-formati» culturalmente e senza alcuna abilità nel fare. Si tenta di entrare in un mercato del lavoro in cui spesso è impossibile giocare a proprio vantaggio il curriculum formativo che si ha alle spalle. Si tenta di far valere il merito, la creatività, il coraggio, ma è il sistema stesso che scoraggia il rischio. Niente mutui, niente prestiti, niente garanzie per chi non ha da darne. In Italia non conta la garanzia del saper fare. Conta la garanzia del sapere sborsare. Ed i giovani non hanno niente da sborsare e tutto da rischiare. E' il sistema, dunque, che costringe i giovani a vivere alla giornata, sapendo che ciò che oggi c'è domani potrebbe non esserci più. Non hanno potere contrattuale nella società, questi giovani che si piegano alla fugacità. Cercano garanzie e spesso l'unica porta alla quale possono bussare è solo quella dei genitori.

Il paradosso dell'Italia si consuma proprio in casa, nel confronto padri-figli: figli precari che pagano la pensione dei papà e padri che, con la pensione, mantengono i figli trentenni costretti a vivere oggi non pensando al domani. Il padre non invecchia mai nel suo ruolo, mentre il figlio non cresce mai: la società italiana ha innescato una spirale che si sta inviluppando su se stessa. Anche Rita Cavaterra, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil, ha affermato negli scorsi giorni: «Se non si trova una soluzione previdenziale adeguata per il futuro dei giovani e per il presente degli anziani, avremo fallito la nostra sfida. Si sta manifestando, proprio in questi giorni di protesta, una vera e propria frattura generazionale fra giovani e anziani, le due facce di un problema drammatico che va risolto al più presto». Non c'è prospettiva, però, perché non è dato di averne. «Nessuno tocchi le pensioni», gridano alcune fronde più estreme dei sindacati e dei partiti al governo. «Aboliamo il precariato», continua l'area massimalista della sinistra che scende in piazza contro il suo stesso esecutivo.

Eppure questo governo non ha ancora elaborato alcuna proposta costruttiva per risolvere questo problema sociale ed ha pensato, invece, di dare una mano ai giovani precari tassandoli (incrementando le aliquote contributive per gli atipici di 5 punti percentuali) ed opponendogli il miraggio del posto fisso a vita - che il mercato stesso non riesce a garantire più - anziché sfruttando le opportunità della flessibilità così come prevedeva il completamento della legge Biagi. «No alla libera concorrenza tra università; l'istruzione deve essere pubblica e uguale per tutti». È uno degli slogan tipici di questa sinistra al governo, che non si accorge che con quel foglio di carta che l'istruzione italiana riesce a dare, uguale per tutti, nessuno riesce più a trovare il lavoro per il quale ha tanto studiato. «Lotta allo strapotere del sistema bancario», eppure questo governo il sistema bancario non lo ha ancora scosso, ma ha lasciato a secco il Fondo di garanzia che era stato istituito per permettere ai giovani lavoratori «con scadenza» di prendere prestiti o mutui per i propri progetti di vita e, cosa ancor più grave, ha vincolato i pagamenti di tutti i servizi al circuito bancario. Tasse sull'apprendistato, inoltre, così i giovani rischiano di invecchiare ancor prima di entrare nel mondo del lavoro.

Non c'è, nel fosco orizzonte di questo governo, alcun incentivo alla crescita; per questo i giovani non rischiano, non si impegnano in scelte troppo vincolanti - tra cui il matrimonio, l'acquisto di una casa, la nascita di un figlio. Sperano nel domani ma non riescono a costruirlo, questi giovani, perché l'assodato sistema delle garanzie è più forte e politicamente più garantito della nuova prospettiva meritocratica delle opportunità future. La classifica dei valori mette ai primi posti nelle priorità dei giovani i grandi temi quali la salute (92% degli intervistati), la famiglia (87%), la libertà (80%) ex aequo con la pace. Temono ed apprezzano ciò che non riescono a controllare, mentre non riescono a fidarsi più della dimensione lavorativa (che perde 7 punti di consenso in 20 anni), della propria carriera (-12% in meno di 8 anni), delle banche (-23 punti in 20 anni, oltre un 1% l'anno), della scuola. Non si fidano, cioè, di ciò che dovrebbe garantire loro il futuro.

Dunque, il sistema è infetto dai mali del presente e non ha prospettiva per il futuro. Ecco il messaggio del sesto rapporto IARD. Non suona per nessuno il campanello di allarme? Forse ancora no, visto che ai giovani questo governo risponde solo con la tessera gratis per la palestra. Vogliono giovani tali per sempre, dunque: trentenni in casa ma in perfetta forma fisica, senza famiglia ma con una grande salute. Il giovanilismo di questo governo non farà crescere i nostri figli e non farà crescere il nostro Paese.

! Letizia Bandoni
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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