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numero 280
6 marzo 2008
 
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Nano-pianeti e macro-ingenuità

Il dramma della scienza moderna nel caso di Plutone

di Aldo Vitale - 14 novembre 2006

Da poche settimane l'Unione Astronomica Internazionale (IAU) ha riclassificato quello che finora è stato il nono pianeta del sistema solare, Plutone, come «dwarf planet», cioè pianeta nano, o nano-pianeta. Ciò che davvero suscita stupore non è tanto l'evoluzione o involuzione semantica, considerando che si tratta a tutti gli effetti di una sorta di retrocessione, di declassamento, quanto piuttosto l'evenienza che ci si trovi dinanzi ad una vera e propria rivoluzione. Una rivoluzione, tuttavia, non in senso fisicamente kepleriano, quanto piuttosto in senso letterale. Sembra che l'astronomia, cominciando dalla sua prospettiva classificatoria, si sia rivolta al passato, ad un passato formalistico e nominalistico, ad un passato che riteneva la Terra ferma nel centro dell'universo solo perché il cielo le girava intorno. La IAU, fra i vari requisiti, richiede che un oggetto, per essere definito «pianeta», debba aver ripulito da corpi più piccoli la sua fascia orbitale. Poiché Plutone è circondato da oggetti molto piccoli detti plutini o TNO (Trans Nectunian Objects - oggetti transnettuniani, cioè oltre l'orbita di Nettuno), dev'essere definito nano-pianeta.

E' proprio opportuno affermare che da qui discendono tutte le osservazioni del caso. Non può che suscitare un sorriso l'ingenuità di questa prospettiva, seppur adottata dal vertice della comunità astronomica internazionale con altisonanti nomi della scienza, poiché si riduce ad un dato meramente formale. Innanzitutto, occorre chiarire che tutti si è era già a conoscenza del fatto che Plutone, e con lui Mercurio, fosse il pianeta più piccolo, «nano» scherzosamente ed ufficiosamente definito fin qui, se raffrontato agli altri presenti nel sistema solare; ma occorre sottolineare, inoltre, che la sua nuova ed ufficiale definizione di «dwarf planet» non sembra né fisicamente né logicamente connessa alla sua capacità di aver ripulito la sua fascia orbitale da oggetti più piccoli. A ciò si aggiunga che Plutone, per quanto piccolo, possiede una massa e dunque una forza di gravità comunque sufficienti, per quanto lungamente minori rispetto al resto dei pianeti del sistema solare, a ripulire la fascia orbitale da corpi minori in proporzione proprio alla sua massa ed alla sua gravità. Nel merito, poi, questo non sembra poter essere un criterio discriminatorio adottabile, poiché pianeti di ben altra massa, all'interno del Sistema Solare, non sono riusciti in questo intento, o vi sono riusciti solo parzialmente: si ricordi che Giove, Saturno, Urano, per esempio, nonostante siano giganti, o forse sarebbe più corretto affermare che è così proprio per questo, hanno decine e decine di satelliti che orbitano loro intorno e sulla cui formazione non vi sono altro che ipotesi spesso contrastanti.

La serietà della vicenda si evidenzia sol che si consideri che ciò che fa di un pianeta un pianeta non è né la sua interazione con i corpi circostanti né la sua dimensione, bensì la sua struttura chimico-fisica. Un pianeta è un corpo sostanzialmente diverso dagli altri astri, cominciando da quelli più diffusi, cioè le stelle. Ciò che primariamente distingue una stella da un pianeta è la composizione chimico-fisica, cioè la sua struttura. Per la formazione di una stella concorre una quantità di materia di gran lunga superiore rispetto a quella dei pianeti, ma non è soltanto una questione di quantità, bensì di qualità. La stella, per quanto grande possa essere, è chimicamente semplice, in quanto basata per gran parte della sua esistenza in una enorme quantità di idrogeno, l'elemento più semplice dell'universo, che si «converte» in elio; un pianeta, invece, presenta una struttura molto più complessa ed articolata proprio a livello chimico. Il Sole in sostanza è una palla di idrogeno che brucia trasformandosi in elio, la Terra è invece un corpo che presenta uno strato, solido, liquido ed uno gassoso, tutti composti da decine e decine di elementi chimici variamente articolati. Per ciò che riguarda il primo aspetto sembra dunque aver già precisato sufficientemente. Per ciò che riguarda la dimensione come criterio qualificatorio di un corpo come pianeta, sembra allontanarsi ancor più l'orizzonte della chiarezza e dell'oggettività. Non è un mistero, infatti, che in altri sistemi planetari orbitanti intorno ad altre stelle esistono pianeti con una dimensione svariate volte maggiore del nostro gigante Giove, anch'esso definibile dunque «nano» se rapportato a corpi di simile mostruosa grandezza.

La scienza sembra allora esser caduta in un equivoco elementare, basandosi esclusivamente sull'ingenuo criterio delle apparenze, andando dunque in senso contrario alla sua stessa sostanza, cioè quella della conoscenza effettiva del mondo, quella conoscenza che le consente di assurgere a ruolo dominante di consapevolezza dei fenomeni sostanziali del mondo fisico, attribuendole proprio il nome di «scientia», cioè, per l'appunto, consapevolezza di ciò che è il mondo, l'universo, ed i meccanismi su cui essi si poggiano. Anche l'astronomia, purtroppo, come gran parte della scienza moderna, appare dunque pervasa da un infantile e paradossale formalismo che non tiene conto della sostanza degli enti, cioè di ciò che consente ad un ente di essere ciò che è (tomisticamente il sinolo di materia e forma), affidandosi ad un esasperato nominalismo per cui, come basta definire ammasso di cellule un embrione per poterlo cassare per i suoi difetti, così basta chiamare una sedia «rosa» per sentire il dolce profumo del delicato fiore, seppur frammisto al tanfo della ragione oramai incancrenita sotto il peso dell'imperante arbitrio.

Aldo Vitale

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Ragionpolitica, periodico on line n.186 del 14/11/2006
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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