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Gioventù fregatadi Carlo D'Andrea - 21 novembre 2006 Quali erano i capisaldi sbandierati dal centrosinistra in campagna elettorale? Tanti, e spesso tra loro contraddittori. Compressa da opposte istanze, l'Unione aveva elaborato un programma dal titolo altisonante e oggi quanto mai grottesco: «Per il bene dell'Italia». Per il bene dell'Italia Prodi & Co. avevano promesso più Stato e quindi più spesa statale per accontentare l'ala massimalista della sinistra. Al tempo stesso, però, non volevano dispiacere a Bruxelles aggravando il deficit. L'inghippo era sotto gli occhi di tutti: se aumenti gli interventi pubblici senza uscire dai vincoli europei la via obbligata è quella dell'aumento della pressione fiscale. E così è stato, come hanno rilevato, riguardo alla Finanziaria 2007, Bankitalia, Confindustria e finanche l'Isae, ente del Tesoro. Oggi, senza tema di smentita, possiamo dire che «Per il bene dell'Italia» coltivava in seno il risveglio di un atavico cancro di cui il nostro Paese strutturalmente soffre: lo statalismo. Di più. L'ossessione di mascherare un'eccessiva accondiscendenza nei confronti dei supporters della spesa pubblica ha partorito un interventismo folle, che non giustifica nel modo più assoluto, e per nessuna fascia di popolazione, il maggiore peso contributivo che viene richiesto. Le tabelle pazze dell'Irpef, pur cambiando ogni giorno, mostrano chiaramente come, in nome di un principio redistribuivo in cui neppure Marx crederebbe più, si arrivi a spacciare per equità un aumento delle detrazioni che anche per un reddito intorno ai 10 mila euro con figli non supera mai, nella migliore delle ipotesi, i 130 euro l'anno. Come si può credere che una detrazione simile possa cambiare significativamente il potere d'acquisto di un lavoratore di questa fascia? A questo lavoratore non gioverebbe di più una manovra che al posto di misure puramente simboliche fosse in grado di assecondare una maggiore espansione delle imprese e di conseguenza una migliore prospettiva per la propria carriera? O crediamo veramente che il rilancio della competitività passi attraverso l'effetto minimo del cuneo fiscale, gravemente limitato dal trasferimento del Tfr all'Inps? E, soprattutto, che cosa offre questo governo ai giovani in cerca di prima occupazione? Franco Giordano continua ad evocare scenari da rivoluzione industriale, con operai anneriti dal carbone e dalle mani bisunte, ma il mondo del lavoro italiano è sempre meno composto da tute blu e sempre più ricco di colletti bianchi. Per i giovani del 2006, laureati e non, la priorità non è, come si ostina a far credere il segretario di Rifondazione, un posto fisso che il mercato non è più in grado di dare loro. Più responsabilmente di Giordano essi preferirebbero innanzitutto un mercato più accessibile, che assecondi la loro voglia di crescere professionalmente, di affrontare subito la sfida della competizione sul lavoro. Più consapevolmente di questo governo, molti giovani sanno infatti che la precarietà non è una scelta politica ma un prodotto naturale della globalizzazione, che accentua la competizione e impone il principio dell'efficienza e dell'eccellenza. È una globalizzazione certamente non priva di insidie, che lo Stato dovrebbe a poco a poco filtrare nel nostro mercato interno, ma che non possiamo rifiutare senza correre il rischio di restare fuori dalla crescita mondiale. Come aiuta Prodi questi giovani che si apprestano alla prima esperienza? Forse col condono previdenziale, attualmente previsto dall'articolo 178 di questa magmatica manovra, che agevola le aziende che hanno abusato del Co.Co.Pro.? Ma non era la legge Biagi colpevole di avvantaggiare troppo le aziende a discapito dei dipendenti? Carlo D'Andrea |
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Ragionpolitica, periodico on line n.187 del 21/11/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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