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Il Gesù di Ratzingerdi Gianteo Bordero - 25 novembre 2006 Dalle radici cristiane dell'Europa alle radici cristiane del cristianesimo. Dalla Cristianità a Cristo. Perché «è drammatica la situazione della fede se è vago il volto di Colui che la fonda». Di Gesù si parla - e, spesso, si straparla - tanto. Ma chi era veramente l'uomo di Nazareth? E' possibile oggi, a duemila anni di distanza, prestare fede a quello che di lui ci dicono i Vangeli? E ancora: che rapporto c'è tra Gesù e la Chiesa? Sono queste le domande a cui Joseph Ratzinger ha tentato di dare risposta con un libro, la cui prima parte verrà pubblicata in primavera e di cui in questi giorni sono state anticipate alcune pagine, intitolato, significativamente, Gesù di Nazareth. «Non è - spiega il Papa nella prefazione - un atto magisteriale, ma soltanto l'espressione della mia personale ricerca». Ad esso «sono giunto dopo un lungo cammino interiore». Un cammino spirituale che si incrocia con quello teologico del professor Ratzinger, che ha attraversato da protagonista la complessa e tormentata vicenda della teologia cattolica del Novecento. «Al tempo della mia giovinezza, negli anni Trenta e Quaranta, vennero pubblicati una serie di libri entusiasmanti su Gesù... In tutti questi libri l'immagine di Gesù Cristo venne delineata a partire dai Vangeli: come Egli visse sulla Terra e come, pur essendo interamente uomo, portò nello stesso tempo agli uomini Dio, con il quale, in quanto Figlio, era una cosa sola. Così, attraverso l'uomo Gesù, divenne visibile Dio e a partire da Dio si poté vedere l'immagine dell'uomo giusto». Le cose cambiarono, però, negli anni '50, quando l'affermarsi incondizionato, anche in campo teologico, del metodo storico-critico fece sì che «lo strappo tra il "Gesù storico" e il "Cristo della fede" divenisse sempre più ampio; l'uno si allontanò dall'altro a vista d'occhio». Con conseguenze drammatiche: da un lato il «Gesù storico», l'uomo Gesù di Nazareth, venne sezionato col metodo storico-critico fino al punto di far evaporare una visione globale e unitaria della sua persona e del suo percorso umano («la figura di Gesù - scrive Ratzinger -, su cui poggia la fede, divenne sempre più incerta, prese contorni sempre meno definiti»); dall'altro lato il «Cristo della fede» apparve sempre di più come una mera elaborazione a posteriori operata dalle prime comunità cristiane, una proiezione teologica della figura di Gesù nella coscienza e nel sentimento dei suoi discepoli e seguaci. Gli esiti di tale iato, di tale separazione emergono con chiarezza nel momento in cui Gesù ci viene presentato, da molta pedagogia e da molta pubblicistica religiosa, perfino cattolica, soltanto come un modello di virtù e di buone opere, un'eroe della compassione e un campione dei buoni sentimenti (mettendo totalmente da parte, o, meglio, sganciandola dall'annuncio stesso di Gesù, la questione della sua divinità), e di conseguenza la Chiesa viene proposta soltanto nella sua dimensione sociologica di «comunità» e non in quella spirituale di «comunione». Non approfondendo più il mistero della comunione di Gesù col Padre (il mistero della sua divino-umanità), si finisce per annacquare, quando non accantonare, anche il mistero della comunione tra l'uomo e Gesù. E tutta l'esperienza cristiana sembra ridursi alla sola dimensione orizzontale (lo sforzo etico, la compassione e i buoni sentimenti per un verso, la «comunità» vissuta in termini sociologici dall'altro). «Una simile situazione - ribadisce il Papa - è drammatica per la fede perché rende incerto il suo autentico punto di riferimento: l'intima amicizia con Gesù, da cui tutto dipende, minaccia di annaspare nel vuoto». Per questo Ratzinger ha voluto «fare il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il vero Gesù, come il "Gesù storico" nel vero senso della espressione». Infatti «io sono convinto... che questa figura è molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi decenni. Io ritengo che proprio questo Gesù, quello dei Vangeli, sia una figura storicamente sensata e convincente. Solo se era successo qualcosa di straordinario, se la figura e le parole di Gesù superavano radicalmente tutte le speranze e le aspettative dell'epoca, si spiegano la sua Crocifissione e la sua efficacia». E solo in questo modo si spiega il fatto che a soli vent'anni dalla morte di Gesù, con San Paolo, «troviamo pienamente dispiegata una cristologia» all'interno delle prime comunità. Si comprende così che il metodo storico-critico può essere di aiuto alla teologia soltanto all'interno di una prospettiva di fede: non per distruggere, ma per approfondire la ragionevolezza del fatto cristiano, del mistero di Gesù Cristo e della sua presenza viva nella Chiesa. E' quello che ha tentato di fare anche Joseph Ratzinger col libro in uscita la prossima primavera.
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Ragionpolitica, periodico on line n.187 del 21/11/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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