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Dialogo e identitàdi Armando Pannone - 28 novembre 2006 Dalle pagine de Il Giornale Ida Magli ha lucidamente sollecitato una riflessione sul dialogo. Ha rivolto, con accenti accorati, un appello agli uomini occidentali di buona volontà, a quelli che hanno davvero a cuore la sopravvivenza della nostra tradizione culturale. Una riflessione ineludibile soprattutto a proposito del rapporto tra cristianesimo e altre confessioni religiose. La Magli ha ricordato, senza inutili giri di parole, il concetto - solo in apparenza banale - che per avviare il dialogo bisogna essere in due. La sinistra, che propone il dialogo in ogni occasione - salvo risentirsi quando da tali occasioni di confronto scaturiscono critiche sistemiche e metodologiche - non è certo mossa da una logica di mediazione con l'altro, quanto, piuttosto, dall'insopprimibile vocazione a voler controllare ogni forma di relazione umana, anche quando le realtà che si fronteggiano sono inconciliabili. L'auspicio del dialogo a tutti i costi rende più rarefatto il contatto con la propria identità, allenta i legami con la storia del passato. Prima di dialogare, l'intellighenzia comunista dovrebbe anzitutto avere chiaro che cosa si vuole comunicare ed avere coscienza del limite di quello che si può davvero mettere in discussione. Mettere in gioco troppo poco è pura ipocrisia, buonismo sociologico esibito per blandire masse acquiescenti. E' l'atteggiamento del comunismo di fronte alla dottrina sociale della Chiesa. Appena l'analisi cristiana sfiora i grandi temi dell'uomo e della vita, partono le offensive di rilancio dei cavalli di battaglia degli anticattolici: Pacs, aborto, eutanasia. Non senza un accenno alla revisione dei Patti Lateranensi. Mettere in gioco troppo, invece, è pericoloso per la struttura democratica del nostro sistema di garanzie. L'Europa ha un'assuefazione fisiologica alle occupazioni ed alle transumanze di massa. Le varie culture che si sono sovrapposte e stratificate nel corpus continentale hanno prodotto, a fatica, le condizioni per l'attuale modello democratico. Equilibrio fragile, tuttavia, frutto di logoranti compromessi, già denunciati da papa Giovanni Paolo II, che espresse il proprio rammarico per la negazione, nella Carta costituzionale europea, delle radici cristiane. Il Trattato non ha il respiro della Costituzione americana, caratterizzata dalla cultura della coesistenza tra culture e popoli diversi, dalla fusione di tante espressioni umane in un crogiolo unico, dal legittimo orgoglio di Nazione fiera della propria multirazzialità. Quello che in Europa è frutto di accordi, compromessi, leggi speciali e trattati, negli Stati Uniti è già dato per acquisito. Perché? L'impostazione liberale, basata sulle virtù dell'uomo benedetto dal Signore e sulle proprie potenzialità da sviluppare per l'interesse comune e la crescita della collettività, è la chiave per comprendere la profonda differenza con il tormentato Vecchio Continente. In Europa, infatti, i popoli cooptati, pur senza essere omogenei od assimilati, vivono da corpi estranei la propria esistenza ghettizzata. L'impossibilità del sistema europeo di far coesistere etnie e religioni diverse in un'unica civiltà democratica nasce dall'eccessivo condizionamento di un pensiero comunista che spinge verso le differenze più che verso l'identità. E' il retaggio della lotta di classe teorizzata che, in un sistema globale, produce masse di scontenti ed alimenta insostenibili tensioni sociali. Una maggiore circolazione del pensiero liberale in Europa potrebbe contribuire a ridare spessore e slancio ad un dialogo vero, incentrato sul reciproco rispetto tra identità diverse. Rispetto che non può prescindere dal riconoscimento di una storia comune, continentale, che passa per le grandi cattedrali medievali. Gli Stati Uniti, dal loro sorgere, hanno praticato la vera strada del dialogo, trovando identità di popolo. La strada della separazione tra Stato e religione, ma nell'imprescindibile rispetto per il culto religioso. Da questa parte dell'Oceano, invece, si fa a gara ad abiurare il passato religioso, a mancare di rispetto alla cristianità, a negare spazio di pensiero al cattolicesimo. Sono le condizioni peggiori per parlare di valori condivisi con altre civiltà, che non potranno mai sentirsi veramente partecipi di un'identità nazionale o continentale, visto che non se ne conserva quasi più la memoria. Al contrario, questo vuoto culturale e spirituale verrà colmato, per l'ineluttabile cammino della storia, da valori e principi di culture diverse che non solo non verranno positivamente contaminate dalla nostra tradizione: tramandandosi intatte, preservate da ogni forma di inglobamento, conserveranno unitarietà d'intenti e forza d'espansione spaventose. Il legame con il comunismo sarà inevitabile, perché sarà il comunismo a cercarlo. Sotto la bandiera di un pacifismo buonista e globalizzante, di una ricerca ininterrotta di dialogo ed intesa, anche quando l'inconciliabilità concettuale sarà palese, il comunismo cercherà di pervadere il mondo vasto ma sconosciuto di tradizioni diverse. Sarà anch'esso travolto dalla storia, che non ha pietà per le culture più deboli, non prima di aver ceduto anche l'ultimo barlume di coscienza democratica.
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Ragionpolitica, periodico on line n.188 del 28/11/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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