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La Chiesa e la condanna del comunismo

di Vincenzo Merlo - 30 novembre 2006

Cinque giorni dopo l'emanazione della Mit brennender Sorge, e precisamente il 19 marzo 1937, Pio XI condannò esemplarmente anche il comunismo ateo mediante l'enciclica Divini Redemptoris. Suonano impressionanti e profetici, nelle sessanta pagine del documento (scritto stavolta in latino, a significare l'universalità del pericolo marxista-leninista), i moniti del Pontefice verso la dottrina comunista: «Un'idea di falsa redenzione, uno pseudo-ideale di giustizia, di uguaglianza e di fraternità; un falso misticismo che adesca le folle con fallaci promesse; una dottrina che si vanta come fosse l'inizio di un progresso economico il quale, quando è reale, si spiega con l'uso di metodi brutali». Da una falsa Betlemme giunge - dice ancora l'enciclica - «un nuovo Vangelo che è annunziato all'umanità quale messaggio salutare e redentore». E, invece, a chi sappia vedere al di là di «apparenze talvolta seducenti», la presunta Buona Novella si svela come «un sistema pieno di errori e di sofismi, contrastante sia con la ragione che con la rivelazione divina; sovvertitore dell'ordine sociale, distruggendone le basi fondamentali; misconoscitore della vera origine, della natura e del fine dello Stato; negatore dei diritti della personalità umana, della sua dignità e libertà».

La condanna del comunismo da parte di Pio XI si estende tanto alla sua dottrina quanto alla sua pratica sociale: «Il comunismo è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con lui da parte di chiunque voglia salvare la civilizzazione cristiana». Si avverte altresì che «il comunismo nel principio si mostrò qual era in tutta la sua perversità, ma ben presto si accorse che in tal modo allontanava da sé i popoli, e perciò ha cambiato tattica e procura di attirare le folle con vari inganni nascondendo i propri disegni dietro idee che in sé sono buone e attraenti... Senza punto recedere dai loro perversi principi, invitano i cattolici a collaborare seco sul campo così detto umanitario e caritativo, proponendo talvolta anche cose del tutto conformi allo spirito cristiano e alla dottrina della Chiesa».

L'enciclica condanna senza appello la politica staliniana di persecuzione e di terrore, nonchè tutti i tentativi di sradicare i sentimenti divergenti, in particolare quelli religiosi; si rimprovera inoltre al comunismo di opporsi all'ordine sociale e al diritto naturale. Così come si disapprovano totalmente la lotta di classe, la collettivizzazione, la soppressione delle gerarchie naturali, come la famiglia, e la soppressione della proprietà privata. Ma - si avverte con lungimiranza davvero profetica - «non si calpesta impunemente la legge naturale e l'Autore di essa: questa redenzione menzognera non potrà ottenere il suo intento neppure nel campo meramente economico. Non c'è che un solo Nome per la salvezza dell'umanità». La storia dimostrerà che «se non è il Signore che costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori».

Straordinariamente lucide anche queste altre considerazioni: «Potente aiuto al diffondersi del comunismo è una vera congiura del silenzio in una grande parte della stampa mondiale. Diciamo "congiura" perché non si può altrimenti spiegare che una stampa così avida di mettere in rilievo anche i piccoli incidenti quotidiani, abbia potuto per tanto tempo tacere degli orrori commessi in Russia, nel Messico e anche in gran parte della Spagna, e parli così poco di una sì vasta organizzazione mondiale qual è il comunismo di Mosca». Anche la chiusa è altrettanto lungimirante: «Mentre le promesse dei falsi profeti di questa terra si spengono nel sangue e nelle lacrime, risplende di celeste bellezza la grande profezia del Redentore: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose"».

Quando crollò il comunismo nell'Europa dell'Est (dopo settant'anni di inaudite atrocità, con decine di milioni di morti), il cardinale Giacomo Biffi così volle ricordare la caduta del Muro e la figura di Pio XI: «Noi cristiani - almeno quelli tra noi che non hanno smarrito la loro identità culturale - non ce ne meravigliamo. Piuttosto, rileviamo con interesse che oggi gli stessi esponenti del cosiddetto socialismo reale dicono le medesime cose che Pio XI aveva già scritto con molta chiarezza fin dal 1937 nell'enciclica "Divini Redemptoris". Dopo cento anni di funeste illusioni, dopo un immenso e inutile mare di lacrime, dopo un'alluvione di sangue incolpevole che non ha paragoni nella storia, oggi ci si rende conto che è stato tutto un errore».

Vincenzo Merlo

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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