|
|||||||
|
|
Il costruttore di ponti. Sulla scia di Ratisbonadi Gianteo Bordero - 2 dicembre 2006 Che pochezza di pensiero e che ristrettezza di vedute nella stampa italiana che commenta il viaggio in Turchia di Papa Ratzinger considerandolo come il contraltare al discorso di Ratisbona! Secondo questa nuova vulgata politicamente e religiosamente corretta, l'unico movente che avrebbe spinto Benedetto XVI a incontrare il gran muftì Bardakoglu prima e a visitare la Moschea Blu di Istanbul poi sarebbe stata unicamente la volontà di mettere le pezze alle falle diplomatiche createsi dopo la lectio magistralis pronunciata a settembre in terra tedesca. Qualcuno sostiene addirittura che, dopo i quattro giorni della visita papale in Turchia, Ratisbona sarebbe ormai soltanto un «reperto archeologico». Eppure, basterebbe leggere i discorsi pronunciati da Ratzinger ad Ankara per rendersi conto che le cose non stanno così, per capire che il Papa non è un ingenuo o addirittura un tiepido che si rimangia la parola nel nome del «volemose bene». Benedetto XVI ha ribadito chiaramente, in almeno due occasioni, uno dei concetti decisivi della lectio magistralis, ossia che portare la fede con la spada è contrario alla natura della ragione, contrario al logos e quindi alla natura stessa di Dio. Ma, mentre a settembre tutti puntarono il dito contro il Papa perché aveva accostato tale idea all'islam - apriti cielo! -, ora che il contenuto è lo stesso ma l'islam non è nominato a Ratzinger è stata restituita la patente di legittimità culturalmente corretta. Le parole cambiano, la sfida è la stessa. Ma nessuno lo comprende. E allora, nella lettura di gran parte dei media, Benedetto XVI che entra nella moschea scalzo non è il Papa che a testa alta parla al mondo musulmano ricordando che, pur adorando un unico Dio, cristianesimo e islam sono due cose diverse, ma diventa il Papa debole che fa di tutto per entrare nelle simpatie dei figli di Allah. Roba da non crederci. Eppure anche commentatori ed esponenti cattolici fanno a gara a chi la spara più grossa sulle «ferite di Ratisbona sanate dal dialogo in Turchia», sulla «diplomazia che ha avuto la meglio sul rigore dottrinale» e via strologando. Come se, nel giro di due mesi, ci fosse stato un curioso quanto improbabile sdoppiamento di personalità del pontefice romano. Panzane che non reggono alla prova dei fatti: il Benedetto XVI che visita la Moschea Blu è lo stesso Benedetto XVI che cita l'imperatore bizantino Manuele II Paleologo per dire che la fede senza la ragione è una fede monca e che il dialogo senza logos non porta da nessuna parte, quando non allo scontro tra religioni e tra civiltà. E' proprio in forza della lectio magistralis di Ratisbona, e non contro di essa, che Papa Ratzinger ha potuto in questi giorni portare il suo discorso e i suoi gesti su un livello alto, non equivoco, cristallino come il suo sguardo e come il suo pensiero. Non ha fatto confusioni, non ha sepolto i problemi e le differenze sotto il tappeto del buonismo interreligioso; per questo ha potuto dialogare a viso aperto e conquistarsi la stima dei suoi interlocutori. Tutto questo mentre i soloni del dialogo fine a se stesso (gli stessi che, anche in Occidente e anche nella Chiesa, dopo Ratisbona non avevano fatto altro che deprecare il discorso papale etichettandolo come estremista e foriero di catastrofi interplanetarie) non riescono a mettere in campo uno straccio di proposta seria e razionalmente fondata per affrontare il confronto tra culture e tra civiltà. Che la proposta di Ratzinger non la comprendano i media politicamente corretti, laicisti e multiculturalisti lo si può accettare. Quello che invece più dispiace è che a non capire siano proprio tanti cattolici e persino alcuni tra i membri stessi della Chiesa, rimasti col cuore e con la mente alla kermesse interreligiosa di Assisi del 1986, quando sembrava che ogni fede valesse l'altra, al punto che gli animisti potevano tranquillamente sgozzare animali in sacrifico sull'altare di Santa Chiara e i buddisti sistemare una reliquia di Buddha sull'altare della chiesa di San Pietro. «Benedetto XVI - ha scritto qualche tempo fa Antonio Socci - giganteggia su un ceto clericale che fa letteralmente cadere le braccia (e non solo)». E - aggiungiamo noi - giganteggia anche su un ceto intellettuale, politico e mass-mediatico che si riempie la bocca di dialogo senza essere poi minimamente in grado di dialogare, perché - come da tempo va dicendo Ratzinger - non si può dialogare se non è chiara la propria identità. Non si possono costruire ponti se non si hanno i mattoni, la calce e il progetto. Benedetto XVI, Papa dell'identità, è ad oggi l'unico vero pontifex, l'unico costruttore di ponti tra civiltà altrimenti incomunicanti o perennemente in guerra tra loro.
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.188 del 28/11/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||