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Flessibilità e precariato

di Antonio Maglietta - 5 dicembre 2006

Il tema del precariato nel mondo del lavoro è il classico argomento caldo usato dal centrosinistra per attaccare la legge Biagi ed in generale le politiche del lavoro del governo Berlusconi. Innanzitutto occorre distinguere tra precariato e flessibilità, con la premessa che anche a livello scientifico non esiste una definizione univoca che metta d'accordo le varie sensibilità. Fatta questa premessa, possiamo dire che, a livello contrattuale, quando si parla di flessibilità si fa riferimento al part-time, ai contratti a termine ed al lavoro parasubordinato.

Il precariato è il fenomeno degenerativo di questa realtà contrattuale e quindi vale la pena sottolineare il dato che non tutto il lavoro flessibile è precario, ma che alcune forme di precarietà emergono quando all'interno di questi schemi contrattuali rilevano fattori discriminanti rispetto alla durata (quando le forme di lavoro contrattuale sono per periodi limitati), alla copertura assicurativa, alla sicurezza sociale, ai diritti, all'assenza o meno dei meccanismi di anzianità e di Tfr. I fattori di insicurezza sono verosimilmente soprattutto legati alla mancanza di continuità nella partecipazione al mercato del lavoro e alla conseguente mancanza di un reddito adeguato su cui poter contare per pianificare la propria vita presente e futura. Quindi è possibile ricondurre, ancor più nello specifico, il fenomeno della precarietà ad una degenerazione della flessibilità contrattuale.

A livello semantico potremmo definire la precarietà il sottoinsieme negativo della flessibilità. Il tema è di difficile misurazione statistica a causa di vari elementi, primo fra tutti il fatto che nel momento in cui la flessibilità nel mercato del lavoro ha iniziato ad aumentare non erano ancora disponibili specifici strumenti di rilevazione. E' questa la valutazione scientifica da cui occorre partire per capire il motivo delle differenti opinioni e valutazioni sul fenomeno. Questa carenza, più che scientifica, è politica, nel senso che manca un sistema informativo che consenta di valutare l'impatto socio-economico atteso del programma politico che si vuole attuare.

In generale possiamo dire che, nell'ambito delle politiche sul lavoro, intorno alla metà degli anni ‘90 si è verificata una marcata deregolamentazione, frutto della strategia messa in piedi dall'Ocse e poi adottata dall'Unione Europea, che aveva come obiettivo quello di combattere gli alti livelli di disoccupazione che affliggevano gli Stati del Vecchio Continente. Come conseguenza di questa strategia occupazionale sovranazionale, anche in Italia si è avuto un ciclo espansivo dell'occupazione caratterizzato da una consistente crescita del lavoro flessibile. Quindi, alla luce del percorso con cui la flessibilità ed il precariato hanno fatto breccia nel sistema occupazionale italiano, diventano risibili e prive di fondamento le accuse di chi sostiene che tali fenomeni siano stati la conseguenza dell'applicazione della legge Biagi ed in generale delle politiche del governo Berlusconi.

Peraltro, nel 2005, la Commissione europea ha rivisto la strategia occupazionale di Lisbona e, nello specifico, ha proposto agli Stati membri di favorire la flessibilità conciliandola con la sicurezza del posto di lavoro e ridurre la segmentazione del mercato del lavoro tramite le seguenti azioni:

  • Adattare la legislazione relativa al lavoro, riesaminare ove necessario il livello di flessibilità offerto dai contratti a tempo determinato e indeterminato;
  • Anticipare meglio e gestire positivamente i cambiamenti, fra cui le ristrutturazioni economiche e, segnatamente, i cambiamenti collegati all'apertura dei mercati, al fine di ridurre al minimo il loro costo sociale e di facilitare l'adattamento;
  • Agevolare le transizioni in materia di situazioni professionali, ivi comprese la formazione, l'attività professionale autonoma, la creazione di imprese e la mobilità geografica;
  • Favorire e diffondere le forme innovatrici e adattabili di organizzazione del lavoro, ivi compresi il miglioramento della salute e della sicurezza e la diversificazione delle modalità contrattuali e delle disposizioni relative al tempo di lavoro, al fine di migliorare la qualità e la produttività del lavoro;
  • Adattarsi alle nuove tecnologie sul luogo di lavoro, svolgere un'azione determinata per trasformare il lavoro non dichiarato in occupazione regolare.

Insomma, la flessibilità, più che un capriccio, sembra essere una esigenza dettata dai tempi. Ma sia Romano Prodi che Cesare Damiano continuano a confondere precarietà e flessibilità e ad ostinarsi nella ricerca di formule retrograde e stataliste in grado solo di dare risposta agli schiamazzi della sinistra radicale, che sull'argomento ha posto un veto che sembra insormontabile.

Antonio Maglietta

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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