|
|||||||
|
|
Eutanasia: la nuova vita di un vecchio incubo?L'ombra della svasticadi Aldo Vitale - 9 dicembre 2006 Nelle ultime settimane si è riacceso il dibattito sull'eutanasia, sulla pratica cioè di procedere alla «dolce morte» nei confronti di chi soffre per patologie inguaribili, croniche, terminali. Occorre premettere immediatamente che, seppur nell'esperienza odierna sembra essersi rafforzata la linea favorevole all'eutanasia, questa pratica non è un'invenzione della modernità. Già nell'antica Sparta, infatti, i bambini malati o deformi venivano gettati da una rupe poiché crescendo non avrebbero potuto combattere; fattore, questo, fondamentale in una società, in una polis, famosa per il suo fondarsi sulla guerra. Sembra che una simile pratica fosse in uso anche presso altre popolazioni dell'antichità note per la loro forza militare, per la loro propensione al fenomeno bellico, come gli hittiti e gli assiri, anche se non vi è una certezza assoluta e precisamente documentata come quella riguardante il caso spartano. Procedendo in avanti occorre ricordare che il diritto romano riconosceva al pater familias lo ius vitae ac necis sui figli, e, seppur non esplicitamente per fini eutanasici, non si può di certo escludere che ciò sia potuto avvenire. Si arriva infine ai nostri giorni, in cui l'esperienza della Germania sotto il regime nazionalsocialista sembra farla da padrona. Tralasciando la singolarità per cui anche durante il nazionalsocialismo il popolo tedesco si reputava e veniva considerato un popolo guerriero (appare così evidente la peculiare circostanza per cui, quanto più è bellicosa la tendenza di un popolo, tanto più questo si autopretende il più puro possibile ricorrendo all'eutanasia per fini eugenetici), occorre sottolineare che l'eutanasia, in questo caso, sembra molto più distante dalla spina dorsale antisemita del nazismo di quanto possa apparire ad una prima superficiale ricognizione. Lungi dall'effettuare una minuziosa ricostruzione storica del fenomeno durante il nazismo, si possono tuttavia rintracciare gli elementi fondanti le pratiche di eutanasia durante il regime che ne ha fatto, quanto meno nella storia moderna e contemporanea, il maggior uso per le ragioni più disparate. Con ciò non si desidera affiancare l'esperienza nazista con le istanze attuali, bensì esaminare un passato storico che possa tornare utile per comprendere meglio quelle stesse istanze che oggi hanno acquistato, in materia di eutanasia, un sempre maggior peso sia in Italia che in tutto l'Occidente. Il nazionalsocialismo vantava diversi programmi di eutanasia, tutti finalizzati al rafforzamento del sangue tedesco depurato da ogni difetto o intrusione. Ci si rivolgeva dunque ai malati, ai ritardati, ai deformi, ma anche e più notoriamente a quanti, non avendo un sangue puramente ed esclusivamente ariano, («mischlinge» venivano definiti, cioè «sanguemisto») avrebbero potuto «infettare» la stirpe germanica. Adolf Hitler scriveva in proposito nel Mein Kampf: «Tutte le grandi civiltà del passato sono tramontate perché la razza originaria che le aveva create è morta per la contaminazione del suo sangue. La conservazione della razza sottostà alla ferrea legge della necessità e del diritto alla supremazia dei migliori e dei più forti. Colui che vuole vivere deve quindi lottare, e chi non vuole prendere parte alla battaglia in questo mondo di eterni contrasti non merita la vita». Alla visione di Hitler aderirono molti dei membri del fior fiore della scienza medica tedesca. Il professor Ploetz, per esempio, auspicava un aumento delle sterilizzazioni; Schultze, commissario statale per la sanità del ministero degli Interni della Baviera, riteneva che la sterilizzazione fosse divenuta, con l'andar del tempo, insufficiente e che più opportuna fosse l'eliminazione. Tutto ebbe inizio sui bambini, ma entro breve tempo si ritenne di poter procedere anche sugli adulti. Tralasciando, per questioni di spazio, la macabra ed orrida esperienza dell'eutanasia sui bambini, sembra più opportuno e più conforme al dibattito odierno concentrarsi sul piano riguardante gli adulti. Il primo progetto per gli adulti fu il cosiddetto T4, che doveva risolvere il problema degli adulti malati cronici. Furono istituite le Reichsarbeitsgemeinschaft Heil-und Pflegeanstalten, cioè le Case di cura e di assistenza della Comunità di lavoro del Reich, più brevemente RAG, la cui sede amministrativa e direttiva era la Cancelleria di Berlino all'indirizzo Tiergarten 4 (da cui il nome T4). Alice Ricciardi von Platen, nel suo illuminante saggio dal titolo Il nazismo e l'eutanasia dei malati di mente, riferisce: «Con il provvedimento segreto IV b 3088/39-1079 Mi del 18 agosto 1939 si imponeva agli ospedali e alle ostetriche l'obbligo di comunicare e di registrare le nascite di soggetti deformi. Il testo del provvedimento non è noto, ma vi si fa riferimento nel decreto ministeriale del 1° luglio 1940 (IV b 2140/40-1079 Mi) pubblicato nel bollettino del ministero degli Interni prussiano e del Reich: "La commissione del Reich per il rilevamento scientifico delle malattie genetiche o da predisposizione ereditaria ha istituito, nell'istituto psichiatrico regionale di Gorden, un reparto specialistico di psichiatria infantile per il trattamento dei bambini deformi nel quale si impiegano le più avanzate misure terapeutiche oggi note". Nessun bambino poteva essere ricoverato in un istituto della Commissione del Reich senza il consenso dei genitori, tuttavia si taceva loro la finalità di questi reparti». Tutto l'apparato amministrativo e burocratico era necessario per applicare il «trattamento», così definito dai medici nazisti come il dottor Pfannmuller, per somministrare la cosiddetta «gnadentod», cioè morte per grazia, morte per pietà. Come non si ammise mai che si trattava di pratiche fondate su motivi ideologici, eugenetici e razziali, celando il tutto dietro il pesante velo di una terminologia asetticamente asciutta e tecnica, così non fu mai ammesso neanche che si trattava di condanne a morte, bensì di una terapia con cui si «metteva a dormire». Venivano messi a dormire quanti soffrivano di schizofrenia, epilessia, malattie senili, paralisi resistenti alle terapie, idiozia di qualunque causa, encefaliti, sindrome di Huntington, quanti inoltre si trovavano in un istituto continuativamente da più di cinque anni, e quanti non erano di sangue tedesco o affine. I centri in cui si procedeva alle tecniche di eutanasia si trovavano a Grafeneck, Bernburg, Sonnestein, Hartheim, Brandenburg e Hadamar. In questi centri vennero allestite le prime camere a gas che consentivano lo «smaltimento dei casi» più efficientemente e velocemente, come a Grafeneck, dove si «addormentavano» addirittura cinquanta soggetti al giorno. La von Platen fornisce inoltre una copiosa messe di drammatici dati, dichiarando in proposito che «dal dicembre 1939 al gennaio 1941 morirono nelle camere a gas di Grafeneck 18.000 persone, ad Hadamar più di 10.000 fino al 1941». Occorre tener ben presente che questi dati sono il risultato dell'applicazione dell'eutanasia nei confronti dei malati di mente, esulano quindi dalle visioni antisemite e razziali del nazionalsocialismo, costituendo piuttosto un ampio scenario sull'imponente troncone eugenetico dell'ideologia nazista, sostrato proprio dell'antisemitismo. Presto, però, le camere a gas destinate all'addormentamento dei pazienti indegni di vivere vennero smantellate, e si procedette soltanto con eutanasia farmaceutica e passiva, per denutrizione, cioè per carenza di alimentazione: i pazienti venivano in sostanza fatti letteralmente morire di fame. La morte per fame fu subito presa in considerazione dai medici dei centri di eutanasia poiché era la più congeniale per le esigenze, raggiungeva lo scopo prefissato, consentiva lo smaltimento contemporaneo di più casi ed in più era decisamente conveniente dal punto di vista economico. Un solo svantaggio rese possibile l'abbandono di questa pratica: la lentezza. Occorrevano giorni e giorni per morire di fame, anche ad un paziente già affetto da gravi patologie. Prese sempre più piede, allora, il ricorso ai farmaci come morfina, morfina addizionata a scopolamina, veronal o luminal. La von Platen riporta la dichiarazione dello stesso dottor Pfanmuller che descrive l'efficacia del luminal sui bambini: «Un bambino può essere addormentato già con una dose di luminal inferiore alla dose massima, mentre per un bambino in migliori condizioni cardiache è necessaria una dose maggiore di luminal e se la somministrazione è continua, è sufficiente la dose massima per addormentare irreversibilmente il piccolo paziente. Nell'arco di alcuni giorni il bambino dorme molto tranquillamente e non muore per avvelenamento: su questo insisto, anche se ho già avuto modo di dirlo. Il bambino muore per il sopravvenire di un ristagno polmonare e quindi per complicazioni cardiache e polmonari: di questo muore». Lungi dall'essere una morte felice, una eutanasia, sembra evidente che il paziente in genere, ed il bambino in particolare, patisse le più atroci sofferenze soprattutto se lasciato morire di fame o per complicazioni cardiache appositamente indotte. Le pratiche di eutanasia oramai collaudate da anni nei centri appositi, vennero ben presto applicate nei campi di concentramento, che si trasformarono così in campi di sterminio. Il programma apposito per l'eutanasia nei campi era catalogato con la formula tanto burocratica quanto oscura 14f13. Il codice in effetti derivava dalla catalogazione della tipologia di morte all'interno dei campi. Robert Jay Lifton chiarisce, nel suo I medici nazisti, che 14f13 «era il numero di riferimento utilizzato per designare questa operazione (di eutanasia, ndr) nei documenti dell'Ispettorato dei Campi di concentramento. Similmente, in tali documenti, i decessi naturali avevano per esempio la sigla 14f1; la sigla 14f2 indicava un suicidio o una morte accidentale; il 14f3 la morte per ferite d'arma da fuoco in occasione di un tentativo di fuga; il 14f4 un'esecuzione». Il programma 14f13 veniva anche identificato con la denominazione di «sonderbehandlung», cioè trattamento speciale, intendendo con ciò l'applicazione dei metodi eutanasici, che in principio erano riservati ai malati mentali, anche ai criminali ritenuti pericolosi, agli ebrei, agli oppositori politici, ai cattolici, agli elementi inetti. Lifton puntualizza in proposito che «il termine "trattamento speciale" fu applicato a vite senza valore per la società diagnosticate come tali dai medici, e poi all'eutanasia, situata ancora in una prospettiva medica, attuata nei campi di concentramento». Il programma 14f13 consentì in sostanza di applicare il programma T4 per i malati di mente anche ad altri. Dalla pozza ideologica dell'eutanasia medica si sfociò all'oceano dell'arbitrio assoluto. Lo stesso Lifton precisa, infatti, che «il progetto 14f13 fornì due ponti cruciali fra concetti e indirizzi correnti e un genocidio sfrenato. Il primo fu il ponte ideologico fra l'uccisione delle persone considerate fisiologicamente indegne di vivere e l'eliminazione, sotto la direzione di medici, di tutti coloro che il regime considerava indesiderabili o inutili; il ponte, cioè, fra l'uccisione medica diretta e l'uccisione legittimata in una prospettiva medica. Il secondo è il ponte istituzionale fra il progetto T4 ed i campi di concentramento. I campi stessi vennero connessi ad un principio di uccisione medico-eugenica». Fra i massimi artefici di queste diaboliche pratiche si ricordano Karl Brandt, scelto personalmente da Hitler per avviare il programma di eutanasia; Werner Heyde, ai vertici dell'organizzazione del programma 14f13; Hermann Pfanmuller, definito il «genuino ideologo della morte»; Carl Schneider, definito il «carnefice con gli strumenti della medicina»; Imfried Eberl, designato comandante di uno dei più famigerati campi di morte, quello di Treblinka. Qualche atroce dato sull'attività generale lo si ricava sempre da Lifton, ma anche i dati di altri storici sono generalmente alla stessa quota, se non più alti: «Sul numero delle persone uccise nell'ambito dei progetti T4 e 14f13 si danno di solito le seguenti statistiche: malati di mente adulti provenienti da ospedali, da 80.000 a 100.000 bambini; bambini in ospedali, 5000; azione speciale contro ebrei in ospedali, 1000; detenuti in campi di concentramento trasportati in centri di eliminazione 20.000. Lo stesso vale per il numero totale di persone uccise in centri di eliminazione specifici. Le vittime di Hartheim, nell'ambito dei due programmi, di eutanasia normale e del 14f13, sono variamente stimate fra 20.000 e 40.000; si ritiene 30.000 la stima più affidabile». Questo, in breve, il tormentato e tormentoso percorso storico dell'eutanasia nei primi anni del XX secolo sotto il regime nazionalsocialista; ogni commento è inadeguato dinanzi alla proporzione orrenda delle vittime innocenti sacrificate sull'altare dell'ideologia. Aldo Vitale |
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.189 del 5/12/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||