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Il governo rispolvera il mito del posto fisso

di Antonio Maglietta - 19 dicembre 2006

La Finanziaria 2007 verrà ricordata negli annali come la manovra del fischio: tutte le categorie sembrano essere concordi nel bocciare la Finanziaria delle tasse e del sottosviluppo. Insomma, un record storico davvero poco invidiabile. La sensazione che il governo non abbia più il polso del Paese è oramai diventata una vera e propria certezza. Gli indicatori del malessere diffuso che attraversa la società italiana sono tanti: i sondaggi che danno in caduta libera il consenso degli italiani nei confronti del governo, i fischi che arrivano puntuali ad ogni uscita pubblica di Prodi, le manifestazioni di piazza di quasi tutte le categorie professionali, ecc...

Per invertire il trend negativo il governo ha pensato bene di rilanciare il vecchio mito del posto pubblico fisso, intoccabile ed improduttivo. Infatti, con un paio di emendamenti mirati, presentati al Senato, dapprima ha previsto l'assunzione a tempo indeterminato, attraverso l'istituzione di un «Fondo per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro pubblici», di una miriade di lavoratori che già a vario titolo prestavano la proprio attività presso la pubblica amministrazione; poi ha pensato bene di inquadrare in ruolo nella Covip (Commissione Vigilanza Fondi Pensione) i dipendenti già assunti mediante procedura selettiva pubblica con contratti a tempo determinato ed in servizio da almeno tre anni. Per farla breve: una vera e propria sanatoria di cui certamente il Paese non aveva bisogno.

Per quanto riguarda l'assunzione a tempo indeterminato di personale già assunto o utilizzato attraverso tipologie contrattuali non a tempo indeterminato, è opportuno rilevare la non conformità del provvedimento della Finanziaria né con la giurisprudenza della Corte Costituzionale né con il dettato della Costituzione, che in materia sembra essere molto chiara: «Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge» (art. 97, comma 3). In particolare, la Consulta ha da ultimo ribadito (sentenza n. 34 del 2004) che è possibile derogare al citato principio costituzionale «solo in presenza di peculiari situazioni giustificatrici, nell'esercizio di una discrezionalità che trova il suo limite nella necessità di garantire il buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97, primo comma, della Costituzione) ed il cui vaglio di costituzionalità non può che passare attraverso una valutazione di ragionevolezza della scelta operata dal legislatore».

L'inquadramento indiscriminato di personale nella pubblica amministrazione, senza la previsione di un qualsiasi accenno ad una previa assunzione mediante procedura selettiva pubblica, sembra essere quindi in netto contrasto con la citata sentenza. Infatti non sarebbe possibile giustificare il provvedimento neanche in funzione della garanzia del buon andamento della pubblica amministrazione, in quanto non è previsto alcun elemento che identifichi una scala di merito che premi competenze e professionalità o un incentivo alla produttività. L'unico dato che emerge è la volontà - non ragionevole - del legislatore di trasformare tutti i contratti dei dipendenti della pubblica amministrazione a tempo indeterminato.

Quanto all'inquadramento in ruolo del personale con contratto a termine nella Covip, pur non rilevando profili di incostituzionalità, si resta comunque nell'ambito di un provvedimento che certo non premia competenza e professionalità. L'intento, da parte del governo, sembra essere tutto politico e dettato dalla duplice esigenza di risalire la china dei consensi accattivandosi il settore del pubblico impiego, che oggi conta circa 4 milioni di dipendenti, e di dare risposta alle pressanti richieste stataliste della sinistra radicale. Purtroppo questi provvedimenti non solo non rispecchiano gli indirizzi indicati dall'Unione Europea in materia di crescita dell'occupazione (prima con l'Agenda di Lisbona e da ultimo con il Libro verde «Modernizzare il diritto del lavoro per rispondere alle sfide del XXI secolo») ma - fatto ancor più grave - aumentano anche in maniera spropositata la spesa pubblica, con un conseguente danno per i conti dello Stato.

Antonio Maglietta

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