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numero 280
6 marzo 2008
 
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La Rivoluzione anti-cattolica

di Vincenzo Merlo - 6 gennaio 2007

«La Rivoluzione francese anzitutto colpì la Chiesa e, fra le passioni nate da essa, la prima ad avvivarsi e l'ultima a spegnersi fu la passione irreligiosa. Anche quando era svanito l'entusiasmo per la libertà, dopo che si era comprata a prezzo della servitù la tranquillità, si restava ribelli all'autorità religiosa. Napoleone, che aveva potuto vincere il genio liberale della rivoluzione, compì inutili sforzi per dominarne le tendenze anticristiane. Anche oggi (nel 1856, ndr) vediamo uomini che cercano di riscattare il servilismo verso il potere politico con la loro insolenza verso Dio e che, mentre rinunciano a tutto ciò che nella rivoluzione è più nobile e fiero, si lusingano di rimanere fedeli al suo spirito restando irreligiosi».

Così la lucidissima analisi del liberale Alexis De Tocqueville a commento del vero fondamento della Rivoluzione francese, e cioè la «passione irreligiosa». E' oramai un fatto storico incontrovertibile che la Rivoluzione francese ebbe come principale obiettivo, fin dall'inizio, la distruzione della Chiesa. E questo - spiega Tocqueville - perché la Rivoluzione volle essa stessa farsi religione: «Fu una rivoluzione politica che agì come una rivoluzione religiosa e ne assunse l'aspetto. Si diffuse nel mondo con la predicazione e la propaganda: spettacolo nuovo quello di una rivoluzione politica che ispira il proselitismo e che si predica tra gli stranieri con ardore pari alla passione con cui la si compie presso di sé. Fra tutte le novità che ha mostrato al mondo questa è certamente la più nuova».

Che il cuore dell'evento rivoluzionario (ispirato in gran parte dalle potentissime logge massoniche) fosse l'anti-cristianesimo, è dimostrato dalle numerosissime pubblicazioni antireligiose (e non ancora antimonarchiche) che pullularono durante il periodo di preparazione degli Stati Generali repubblicani, tra il 1788 e il 1789. In questi anni la Rivoluzione riuscì a dividere il clero in «fedele alla Chiesa» e «fedele alla Rivoluzione». Il 2 novembre 1789 lo Stato confiscò i beni della Chiesa; il 13 febbraio 1790 soppresse gli ordini religiosi, il 12 luglio emanò la Costituzione civile del clero e il 27 novembre obbligò vescovi e parroci a giurare fedeltà alla stessa. La Costituzione civile del clero spazzava via con un tratto di penna tutti gli ordini monastici e religiosi; prevedeva l'elezione dei vescovi, ma in un modo totalmente estraneo ai primi secoli di vita della Chiesa; toglieva al Papa ogni giurisdizione sulla Chiesa di Francia, e senza che ci fosse alcun dibattito con Roma; infine, rinchiudeva la Chiesa dentro i confini della Nazione. Papa Pio VI condannò immediatamente questo decreto, ma nel febbraio 1798 fu arrestato e deportato in Francia, dove morirà il 29 agosto dell'anno seguente.

A partire dal luglio 1792 cominciò una vera e propria persecuzione nei confronti dei ministri di culto cattolici: decine di migliaia di sacerdoti, di religiosi e di religiose dovettero andare in esilio. Molti altri scelsero di continuare ad esercitare il proprio ministero nella clandestinità. Nascosti dal popolo, braccati senza tregua, a migliaia finirono deportati, condannati all'ergastolo o al patibolo. La carneficina continuò feroce per tre anni, fino all'ottobre 1795, anni che passarono alla storia come «gli anni del Terrore». Altri decreti di natura anti-cristiana troveranno spazio in questo periodo, a partire dalla disposizione con cui, il 10 novembre 1793, sarà legalmente abolito il culto cristiano e sostituito con quelli della dea Ragione e della Natura. Sarebbe stato, questo, l'inizio dell'ateismo di Stato, fenomeno che diventerà consustanziale a tutte le dittature di matrice comunista, a partire dalla Rivoluzione bolscevica del 1917.

Ma la vita dei cittadini francesi venne sconvolta anche dalle leggi che introducevano la leva obbligatoria (istituto sconosciuto alla Francia monarchica e cristiana dell'Ancien Regime e che avrebbe portato nefaste conseguenze per i secoli a venire), dalle disposizioni che rivoluzionavano i giorni della settimana, mediante la soppressione della domenica (il dies dominicus della festa e del raccoglimento nella tradizione cristiana) e la contestuale introduzione della «decade», misura con la quale, in sostanza, oltre a cancellare la festa cristiana si obbligava la popolazione a lavorare per nove giorni consecutivi. Si cambiarono addirittura i nomi dei mesi, si eliminarono le vie e le piazze dedicate ai santi, si sconsacrarono molte chiese che vennero adibite a magazzini o a ricoveri per animali: fu il caso, ad esempio, del Palazzo dei Papi di Avignone. E gli oltraggi e le irrisioni ai simboli religiosi diventarono consuetudine sia in Francia sia nei Paesi occupati dalle truppe rivoluzionarie.

Ecco la descrizione di una razzia anticattolica commessa dai sanculotti nella cattedrale di Sainte Gudule (Bruxelles), così come narrata da Arthur Chuquet: «Sfondarono la porta, fracassarono i reliquari, dispersero le ossa dei santi, violarono le tombe, rubarono le elemosine, portarono via i registri battesimali. Gli ufficiali si gettavano le ostie e le pestavano sotto i piedi. I soldati, conciati coi piviali e cantando canzonacce oscene, attraversavano la cattedrale in grottesca processione». E' impressionante notare come le stesse scene di barbarie antireligiosa si ripeteranno a distanza di più di un secolo nei Paesi a dittatura marxista o nella Spagna anarco-comunista della guerra civile.

La contrapposizione ateismo-valori cristiani spiega inoltre l'origine della distinzione politica tra sinistra e destra: nell'Assemblea del Terzo Stato, infatti, prenderanno posto sul lato sinistro dell'emiciclo gli estremisti giacobini e montagnardi che, proprio in virtù di questa collocazione, vorranno rimarcare l'ostilità al cristianesimo ed alla Chiesa cattolica in particolare, nel cui Credo si professa che Gesù Cristo siede «alla destra del Padre». (L'origine della linea di demarcazione sinistra-destra spiega tante vicende storiche, anche contemporanee, e dovrebbe essere ricordata più spesso, anche nel nostro Paese...).

In un crescendo di violenze, disastri economici e orrori, la Rivoluzione compie, nel 1793, un ulteriore «salto di qualità», determinando l'inizio del suo periodo più atroce: trascinati da Danton, la Montagna (e cioè la sinistra) e il centro votano un insieme di provvedimenti che segnano l'inizio del Terrore: istituzione di una tassa speciale per i «ricchi», formazione di un esercito rivoluzionario (si recluteranno 300.000 uomini), costituzione del tribunale rivoluzionario con procedura urgente e, infine, costituzione di un Comitato di salute pubblica di nove membri deliberanti in segreto. A Parigi e nelle principali città della Francia si innalzano centinaia di ghigliottine, il «rasoio nazionale», come lo chiamavano i rivoluzionari. Tra queste teste, il 21 gennaio 1793, rotolerà quella del re Luigi XVI e, nell'ottobre, quella della regina Maria Antonietta l'austriaca.

Ma a cadere non sono solo le teste coronate. Le vittime del Terrore, infatti, appartengono in prevalenza al Terzo Stato: secondo le ricerche di uno dei più affermati studiosi del periodo rivoluzionario, Pierre Gaxotte (autore di una fondamentale La Rivoluzione francese pubblicata da Mondadori), i contadini rappresentano il 28% delle vittime del Terrore e gli operai, gli artigiani e i piccoli commercianti il 41%. Dunque, il 69% dei condannati a morte dai tribunali «popolari» appartiene alla parte squisitamente popolare del Terzo Stato. Solo a Parigi, alla caduta di Robespierre, 2000 contadini si trovavano in prigione e molti di essi in attesa della ghigliottina. E' soprattutto grazie al contributo di storici come Gaxotte che si è riusciti a ribaltare lo schema che ancor oggi purtroppo si impone nei testi scolastici o nell'immaginario dell'uomo della strada. Lo schema, cioè, che vede in quella Rivoluzione contrapporsi il Terzo Stato ai nobili e al clero, i poveri ai ricchi, il popolo agli aristocratici, i diseredati ai privilegiati.

«In realtà - sostiene Vittorio Messori nell'altrettanto fondamentale Pensare la storia (recentemente ripubblicato dalla Sugarco) - l'esplosione fu preparata dai nobili e dai borghesi intellettuali nei salotti (di precipuo orientamento massonico, ndr) delle aristocratiche femmes savantes... Altro che schema poveri contro ricchi! D'altro canto questa sarà la sorte anche delle rivoluzioni che seguiranno: la Rivoluzione sovietica, lo sanno tutti, non fu quella del popolo ma sul popolo, preparata e gestita non dalle masse (che morirono a milioni sotto Lenin e Stalin), bensì da una élite di intellettuali e borghesi cui non mancò l'aiuto del "reazionario" governo imperiale tedesco e di industriali e finanzieri americani. Il Terrore fu la fase "comunista" della Rivoluzione francese. Come sempre avviene, quel che ne conseguì non fu il benessere per tutti, ma la ricchezza per una nuova casta e la miseria per i già poveri. L'utopia, calata nella realtà, si rovescia sempre nel suo contrario: le leggi dell'economia si ribellano. Così il cervellotico calmiere sul prezzo dei cibi provoca non alimentazione sicura e a buon mercato per tutti, ma la sparizione delle derrate e una borsa nera accessibile solo ai ricchi. La confisca dei terreni - conclude Messori - la nazionalizzazione delle campagne si risolve nella rovinosa caduta della redditività, in sprechi, in inefficienza totale, infine in carestie spaventose. La sostituzione del meccanismo "naturale" del mercato con costruzioni artificiose, dettate dai sogni "comunisti" degli avvocati di provincia che costituivano il nerbo della Convenzione, portò a tre bancarotte nel giro di pochi anni"».

Il Terrore, dunque, si impone in un Paese sempre più allo stremo e spaventato. Ma nella Francia dell'ovest c'era una terra popolata da contadini fortemente radicati nella fede cristiana, che mal sopportavano i soprusi dei rivoluzionari, che imponevano la leva obbligatoria e minacciavano di sterminio i loro parroci. Questa terra, la Vandea, diventerà il teatro di un formidabile scontro che metterà alle corde, per nove mesi, i rivoluzionari.

Vincenzo Merlo

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