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Lula e la politica estera brasiliana

di Erik Marangoni - 29 dicembre 2006

Il Brasile ha recentemente confermato Luis Inàcio «Lula» da Silva alla presidenza, dopo una consultazione elettorale che l'opposizione, guidata dal socialdemocratico Geraldo Alckmin, ritiene viziata da brogli di diversa natura. Gli elettori brasiliani hanno cosi deciso di affidare per altri quattro anni il proprio destino a questo ex sindacalista, salito al potere con un ambizioso programma di sviluppo che, finora, non ha però soddisfatto tutte le aspettative. Nei primi quattro anni da presidente, sul piano della politica estera, Lula ha dimostrato un forte attivismo soprattutto nei confronti dei Paesi emergenti, cercando in questo modo di far acquisire al Brasile quello status di potenza media che ostacoli di natura economica, sociale e politica avevano finora impedito di raggiungere. In Sudamerica l'obiettivo principale di Lula è stato quello di proporsi come punto di riferimento per le deboli economie dell'area, nel tentativo di ridurre progressivamente l'influenza degli Stati Uniti, ancora molto forte nonostante la vittoria elettorale dei partiti di sinistra in quasi tutti gli Stati della zona. Anche in questo caso, però, l'obiettivo non è stato pienamente raggiunto.

Pur ridimensionato nei suoi ambiziosi obiettivi di inizio mandato, il programma politico del presidente Lula ha comunque ottenuto alcuni successi. I programmi «Fame Zero» e «Borsa Famiglia» hanno favorito la scolarizzazione e il miglioramento delle condizioni di vita in alcune delle aree più povere del Paese, attraverso una maggiore tassazione dei redditi più alti. La corruzione, però, rimane molto elevata in tutti i settori, cosi come la violenza della società brasiliana, vero e proprio ostacolo per chiunque voglia fare affari nel Paese. Inoltre, la politica economica che il Brasile ha adottato negli ultimi quattro anni non ha consentito di tenere i ritmi degli altri Paesi emergenti, tanto che anche per quest'anno gli analisti si aspettano una crescita del 2,7% del Pil, dato piuttosto misero se confrontato con quelli a due cifre di India, Russia e dei Paesi del sud-est asiatico.

In politica estera Lula ha cercato di mitigare la fama di anti-yankee con cui si era presentato agli elettori del Pt (Partito dei Lavoratori). Pur avendo criticato l'intervento in Iraq e la proposta americana di creazione di un'area di libero scambio delle Americhe, Lula ha mantenuto gli impegni precedentemente presi con il Fondo Monetario Internazionale, evitando di adottare politiche eccessivamente populistiche che avrebbero scoraggiato gli investimenti nel Paese. Inoltre, pur avendo manifestato il proprio apprezzamento per la vittoria della Izquierda in molti Stati sudamericani, Lula deve affrontare i pericoli rappresentati dal presidente venezuelano Hugo Chàvez, il quale punta a sottrarre al Brasile il ruolo di guida ideologica ed economica del sub-continente. Per questo motivo Lula ha risposto colpo su colpo ai colpi di teatro di Chàvez, puntando però su partner maggiormente «presentabili». In tale ottica il Brasile ha lanciato un'iniziativa denominata Ibsa (India, Brasile, Sudafrica), come forum di discussione tra i grandi Paesi del sud del mondo, che finora non ha però dato risultati concreti. Più importanti, proprio perché più fruttuosi, si sono dimostrati i due accordi che il Brasile ha concluso con la Cina, di carattere commerciale, e con la Russia, che prevede una intensa cooperazione in tema di sviluppo dei programmi spaziali.

Il rafforzamento della posizione internazionale passa altresì attraverso una maggiore cooperazione con le Nazioni Unite. In quest'ottica, Lula ha criticato il mancato coinvolgimento delle Nazioni Unite nella questione irachena e ha ottenuto che il Brasile assumesse il comando dei caschi blu dell'Onu ad Haiti, sconvolta da decenni di guerra civile. Il governo brasiliano è ben conscio del fatto che la collaborazione con le Nazioni Unite è importante per il Paese, anche nella prospettiva di riforma del Consiglio di Sicurezza. Da tempo, infatti, il Brasile si è posto come capofila dei Paesi interessati a una modifica della composizione del Consiglio, che prevede l'attribuzione ad altri Stati della qualifica di membri permanenti. Inutile dire che l'appoggio della Cina e della Russia, cioè di due membri permanenti del Consiglio, potrebbe giocare un ruolo importante per le ambizioni del Brasile, cosi come i buoni rapporti intrattenuti con la gran parte dei Paesi in via di sviluppo, che detengono la maggioranza dell'Assemblea dell'Onu.

! Erik Marangoni
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