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Quando per il Pci il fascismo era di sinistradi Salvatore Sechi - 4 gennaio 2007 Nel 1941, nelle strade di una Mosca resa più cupa dai bombardamenti e dal cannoneggiamento delle divisioni hitleriane, si aggira sfinito e tenace un comunista italiano. E' l'unico al quale era stato imposto di restare nella capitale sovietica, alla testa della redazione di Radio Mosca. Gli è vicina la compagna Lila Okhocinskaia. Togliatti, insieme agli altri dirigenti del Comintern si è rifugiato a Ufa, dove il rumore della guerra giunge assai attutito. Quel comunista italiano che attraversa smarrito le strade di Mosca si chiama Ruggero Grieco. Ancora oggi il figlio Bruno pensa che il padre lo si sia lasciato lì per farlo morire. Doveva espiare la scelta, fatta nella seconda metà degli anni Trenta, di avere proposto la riconciliazione del popolo italiano, la collaborazione con i fascisti allineati sul programma anticapitalistico e di sinistra del 1919 fissato a San Sepolcro, l'abbandono dei miti della dittatura del proletariato in nome del ritorno alle istituzioni della democrazia borghese, opportunamente rivista e corretta. I comunisti italiani, fino al 1966, hanno ignorato che Grieco dal 1934 al 1938 era stato non un militante qualunque, spericolato e insieme disciplinato, ma il segretario del partito. La sua linea, conosciuta attraverso l'Appello ai fratelli in camicia nera, fu approvato dall'Ufficio politico e dal Comitato centrale del partito. Ma a disapprovarla, peraltro blandamente, sono Togliatti e soprattutto il Comintern. Questa dissenso gli costerà l'esclusione dalla direzione del partito e un lungo isolamento. Solo nel 1948, al VI congresso sarà ammesso alla direzione nazionale, ponendo fine alla quarantena di «membro candidato» al quale l'aveva condannato Togliatti. Con il VII congresso del Comintern), nel 1935, Stalin aveva accantonato l'ossessione sulla morte più o meno imminente del capitalismo, messo la sordina sull'ostilità nei confronti dei socialisti (liquidati come «ala sinistra della borghesia») e dei democratici. Un anno dopo in Urss comincia il ciclo spietato della glaciazione culturale e del terrore di massa. Ma sono anche gli anni del fronte popolare in Francia e in Spagna, dell'intervento italiano a fianco della Repubblica iberica, della guerra d'Etiopia e del dissolvimento della Società delle Nazioni. Ciò malgrado Stalin riesce a farsi accogliere nel salotto buono dell'antifascismo, anche se avrà l'illusione di essere più temuto che amato. E di essere trattato più da padre padrone che da figliuol prodigo. La diffidenza degli antifascisti non era una sorta di prolasso di anticomunismo viscerale. Infatti, nell'estate del 1939, il 23 agosto, Stalin ammaina la bandiera dell'antifascismo, indicando alla classe operaia europea e all'Urss i governi di Parigi, Londra e Washington come responsabili della continuazione della «seconda guerra imperialistica». Il nome fascismo non potrà più essere pronunciato né scritto nei documenti ufficiali in Unione Sovietica. Tutto il fuoco è concentrato sulla democrazia borghese, e riprende con rinnovata passione la stracca litania contro l'imperialismo e il colonialismo anglo-americano. Togliatti condivide questa follia che gli storici comunisti (penso a Paolo Spriano nel saggio per l'einaudiana intitolato Storia del marxismo) a volte spacciano come neutralità, ambiguità o omissioni. Anche da Eric Hosbawm, nel rizzoliano Secolo breve l'opzione antifascista di Stalin sarebbe durata dal 1934 al 1947. Questa reticenza non ha senso, rischia di essere una sorta di complicità postuma. Mi chiedo come si faccia a fare rientrare nel ciclo temporale dell'antifascismo anche l'intesa tedesco-sovietica tra von Ribbentrop e Molotov del 23 agosto 1939. Non fu solo un patto di non aggressione quello che Stalin stringe con Hitler. Fu molto più impegnativo. A chi ama mitigarne la portata è il caso di ricordare che il 28 settembre diventa accordo di «amicizia» e ancora più, o peggio, di collaborazione economica. Contemplava anche delle clausole segrete. Grazie alle quali Hitler può invadere e devastare la Polonia senza che Mosca muova un dito. Fino all'estate del 1941, quando il 21 giugno le armate hitleriane si avventano sull'Urss con distruzioni e morti impressionanti, la battaglia contro la Germania nazista è considerata dai sovietici un «falso obiettivo». Ad avviso di Molotov, e dei capi cominternisti G. Dimitrov e dello stesso Togliatti, hitlerismo e fascismo cessano di essere i «nemici principali» della classe operaia e dell'Unione Sovietica. Viene così inabissata, fino al 1941, la linea dell'antifascismo. Comunque lo si consideri, questo mutamento radicale di rotta dell'alleanza antifascista non fece diminuire, anzi accrebbe i consensi. Da circa un milione nel 1939 i comunisti fuori dell'Urss balzarono a 14 milioni nel 1948, raccolti in 64 partiti. Le democrazie occidentali e gli Stati Uniti assai tardivamente, a Europa spaccata e per metà incapsulata nell'impero sovietico, si renderanno conto di avere alloggiato nei loro territori un'insaziabile idrovora, un cavallo di Troia. Al pari di quelli citati, in realtà, anche gli anni della «guerra fredda» vanno interpretati diversamente. Siamo, cioè, di fronte al delinearsi del primato della politica estera sovietica che pone al primo posto implacabilmente le esigenze, reali o immaginarie, di sicurezza interna e di stabilità dei confini dell'Urss. E rispetto agli obblighi di natura internazionalistica e «fraterna» che Mosca dovrebbe rispettare nei confronti dei partiti comunisti nazionali tutto è rimesso allo scudiscio dell'egemonia. Per questa ragione il passaggio dalle tesi deliranti della «lotta classe contro classe» di fine anni Venti al periodo dopo il 1945 è segnato da un'inaudita ambiguità sul futuro. L'impegno a non servirsi più dei mattoni di stampo sovietico («la dittatura del proletariato»), ma di ricorrere ad una malta incerta, di sabbia e paglia, come «democrazia progressiva», «democrazia popolare», «nuova democrazia» ecc. mostra come l'antifascismo comunista si alimentasse di una fitta nebbia teorica. Al primo posto, dunque, dopo il 1945 torna la lotta, la crociata contro il capitalismo, con la prospettiva spesso agitata come un pendaglio da forca per la borghesia del ricorso ad una nuova guerra. Tutto il disegno di costruzione dell'Europa unita è punteggiata da queste minacce sovietiche. Una dimostrazione attenta ne offre la raccolta di saggi Atlantismo ed europeismo curata, per l'editore Rubbettino, da Gaetano Quagliariello e Piero Craveri. Come riempiono l'intermezzo tattico tra la metà degli anni Trenta e la guerra Togliatti e il suo partito in Italia? L'argomento è ripreso dal figlio (Bruno)di Ruggero Grieco, nel recente volume Un partito non stalinista (Marsilio, 17 E.). Su di lui, fino alla presentazione di un'antologia degli scritti nel 1966 da parte di Giorgio Amendola, è caduta una coltre, rancorosa e imbarazzata, di silenzio. Il volume consente di mettere a fuoco un momento cruciale del passaggio del Pcd'I dalla rifrittura delle formule del Comintern a una definizione del fascismo assai nuova. Forse la più convincente. Nell'Appello ai fratelli in camicia nera (pubblicato su Stato operaio nel 1936) c'è una novità sconvolgente. Viene meno o si allenta incredibilmente la vecchia contrapposizione tra capitalismo e socialismo, ma anche l'identificazione tra capitalismo e fascismo. Sarà archiviato abbastanza in fretta per poter parlare, come fanno gli intellettuali organici a tutte le svolte del Pci, del prologo di una strategia antifascista in cui il contrasto si incentrerebbe tra fascismo e democrazia. Quello redatto da Greco è un proclama più anticapitalista che antifascista. In secondo luogo non si afferma più che tutti i capitalisti fossero fascisti. I nemici, quelli da combattere, sono la minoranza filo-fascista identificata nello «Stato fascista dei padroni e dei militaristi», intendendo la casta degli sfruttatori monopolisti e che si dichiarano fascisti. Le famose «200 famiglie» che nel comunismo francese da L. Blum arriveranno fino a G. Marchais. Il programma del fascismo che fino ad allora era stato definito compattamente da Togliatti un movimento reazionario con una base di massa piccolo-borghese si tramuta nel 1936 in «programma di libertà». Più precisamente: «Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo: lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma». Il gruppo dirigente comunista (Grieco, Longo, Dozza Novella, Di Vittorio, Montagnana, D'Onofrio, Donini ecc. nell'elaborarlo mette in evidenza il suo carattere altamente progressivo, apertamente di sinistra: cioè il salario minimo agli operai, la terra ai contadini, la nazionalizzazione di tutte le fabbriche di armi e munizioni, «l 'imposta straordinaria sul capitale, con tassi progressivi, allo scopo di arrivare ad un'espropriazione parziale delle ricchezze»(p. 125) ecc. Era stato Grieco a rilevare i cambiamenti avvenuti nel fascismo, nei suoi sviluppi e nelle sue modificazioni nel 1921, nel 1924 e nel 1928, e a ricordare che le masse popolari italiane erano pervase da un'attesa ancora messianica di un governo della socialdemocrazia in Italia. Togliatti ancora nel luglio 1934 non si discosta dall'interpretazione staliniana della social-democrazia. La bolla come il principale sostegno della borghesia e del fascismo proprio mentre socialisti e comunisti in Francia il 19 luglio 1934 firmavano il patto di unità. Ad esso, grazie a Grieco, sarebbe seguito il 17 agosto quello tra i rispettivi partiti dell'estrema sinistra italiana. Salvatore Sechi |
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Ragionpolitica, periodico on line n.193 del 3/1/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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