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6 marzo 2008
 
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La pena di morte tra realtà e utopia

di Valentina Meliadò - 6 gennaio 2007

Sarebbe bello se la pena di morte venisse abolita in tutto il mondo. E sarebbe molto significativo se la più importante democrazia del pianeta, gli Stati Uniti d'America, si mostrassero non ostili al progetto. Sarebbe dunque positivo se l'iniziativa italiana a favore di una moratoria internazionale venisse accolta favorevolmente e votata dalle Nazioni Unite, ma - se anche l'America decidesse appunto di voltare pagina e di appoggiare questa battaglia, e se anche la moratoria ottenesse i voti necessari - quali sarebbero le reali possibilità di successo di questa iniziativa? O meglio: chi e come si farebbe garante che Paesi come la Cina, l'Iran, buona parte del mondo arabo e mezzo continente africano, rispettino e osservino la eventuale moratoria? L'Onu? I caschi blu? L'Unione europea? Chi?

Io personalmente sono contraria alla pena di morte, non solo perché la reputo giuridicamente incompatibile con il concetto di stato di diritto, ma anche perché trovo inaccettabile anche solo rischiare di condannare un innocente, e non vorrei essere disfattista riguardo un'iniziativa internazionale contro la pena capitale, ma la realtà delle cose non può essere ignorata, e la realtà fa della pena di morte un problema estremamente complesso. Per esempio - per quanto a noi europei sembri assurdo - la pena capitale americana è una scelta democratica, con la quale i cittadini statunitensi accettano volontariamente e consapevolmente il rischio che un errore giudiziario possa colpire ognuno di loro, e dunque soltanto una scelta altrettanto democratica - ma di segno opposto - potrà abolirla. In tutti gli altri Paesi dove è prevista, invece, le cose non stanno così.

Se è dunque plausibile credere che il confronto tra le varie anime della società americana si svilupperà ulteriormente, appare molto meno credibile l'idea che l'Onu, lo stesso organismo che ha a malapena battuto ciglio di fronte al genocidio del Darfur, alla corsa al nucleare dell'Iran, e che ha affidato la presidenza di commissioni importanti come quella sui diritti umani a Paesi come la Libia o la Siria, sia in grado di far rispettare una moratoria della pena di morte in vista - addirittura - della sua abolizione. E' certamente vero che la votazione di una simile risoluzione costituirebbe un impegno imprescindibile per il futuro, getterebbe le basi di una nuova sfida mondiale, sarebbe comunque un passo verso la giusta direzione e avrebbe in ogni caso un alto valore simbolico; purtroppo però, anche la carica simbolica di un ritrovato fermento contro la pena capitale non può che essere svilita dalla scelta del momento. Perché tutto questo avviene alla luce della esecuzione di Saddam Hussein.

Tutto questo corale sentimento di orrore per la pena di morte dilaga di fronte alle immagini dell'uccisione dell'ex dittatore iracheno. Come se si fosse trattato di un criminale qualunque, e - anzi - quasi si fosse trattato di reagire sdegnati alla condanna di un presunto innocente. E' chiaro che la contrarietà alla pena di morte non può essere relazionata al profilo del condannato, ma legare un rinnovato afflato abolizionista alla vicenda irachena è - letteralmente - insensato e antistorico. Così insensato e antistorico che il premier Al Maliki ha zittito l'Italia rinfacciandole la fucilazione alla chetichella di Mussolini; calcolando che gli iracheni il loro dittatore se lo sono processato per tre anni, e che lo svolgimento del processo ha comportato la morte di un nutrito numero di familiari dei giudici chiamati ad esprimere il verdetto, tocca anche dargli ragione. Perché la scusa che il processo sia stato pilotato dagli americani proprio non regge, e in ogni caso il punto non è questo.

Il punto è che i conti che i tiranni e i dittatori devono fare (quando si riesce a farglieli fare) con la Storia e con il proprio popolo, sfuggono per forza - che piaccia o meno - ai principi generali. La Storia dell'umanità non è ricca di esempi di Paesi che abbiano saputo voltare pagina senza una cesura drammatica con la situazione precedente; sarebbe stato oggettivamente difficile tenere in vita Saddam Hussein, e certo gli iracheni non erano disposti a ripetere la tragicommedia del processo dell'Aja a Slobodan Milosevic, anzi. La determinazione a procedere ha portato il governo a mentire spudoratamente poche ore prima dell'esecuzione, semplicemente per distogliere gli occhi dei media di tutto il mondo dall'Iraq ed impiccare Saddam - per così dire - in tranquillità. Tutto questo può apparirci deplorevole, inutile e dannoso per il futuro del popolo iracheno, ma in realtà è difficile immaginare quali saranno le conseguenze politiche dell'esecuzione; non ci sono ancora certezze per l'Iraq, se non il fatto che l'ex dittatore è stato costretto a subire la volontà del popolo che ha dominato con il sangue, e che non tornerà mai più. In questa esecuzione c'è tutta la simbologia di un gesto feroce di rottura con il passato, qualcosa che in qualche modo accomuna tutti i Paesi che hanno conosciuto regimi dittatoriali, e che si è storicamente dimostrato - quando possibile - pressoché inevitabile.

Non sono i processi e le esecuzioni (quantomai rare) dei dittatori ad intralciare la battaglia per l'abolizione della pena di morte; la comunità internazionale dovrebbe chiedersi piuttosto come mai la maggior parte dei tiranni muoia comodamente nel proprio letto, e avere il coraggio di aprire il fronte determinante della guerra culturale per la democrazia e i diritti umani, una guerra che - se combattuta con lo stesso fervore di quelle per gli obiettivi improbabili - porterebbe a risultati maggiori e più duraturi in un arco di tempo presumibilmente inferiore.

! Valentina Meliadò
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