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La sinistra italiana e il disprezzo dei vintidi Erik Marangoni - 11 gennaio 2007 L'occasione è stata data dall'impiccagione di Saddam Hussein, il 30 dicembre scorso. In un articolo pubblicato sul Manifesto Marco D'Eramo, parlando dell'esecuzione della sentenza, ha accusato gli Stati Uniti di aver voluto fortemente l'eliminazione di Saddam e ha accostato l'esecuzione del raìs alla fucilazione di Benito Mussolini e di altri gerarchi nel 1945, un gesto che D'Eramo sorprendentemente definisce altrettanto «spregevole». Apriti cielo! Per l'intellighenzia sinistrorsa italiana è stato come agitare un drappo rosso davanti a un toro infuriato. Immediato si è levato un coro di proteste da parte di praticamente tutto l'universo che si raccoglie attorno alla bandiera con la falce e il martello. Tutti a dare addosso al povero D'Eramo e al suo cuore tenero, tutti concordi nel ritenere che la morte di Mussolini è stata legittima, come legittimo è stato appenderne il corpo in piazzale Loreto, a Milano, esposto alla rabbia della folla, quella stessa folla che, probabilmente, aveva salutato entusiasta il capo del fascismo poche settimane prima nel suo ultimo discorso, tenuto proprio a Milano. Il direttore del Manifesto, Gabriele Polo, è intervenuto il 5 gennaio nella bagarre sollevata da D'Eramo con un articolo sostanzialmente di difesa del suo collaboratore, anche se in alcuni passaggi non ha mancato di criticarlo anche aspramente. Nel riprendere l'argomento del contendere, il direttore si è detto convinto che tra le due esecuzioni ci siano delle differenze evidenti: Saddam Hussein è stato ucciso ingiustamente, per volere degli americani, mentre il Duce è stato giustiziato per volontà popolare. Saddam, secondo Polo, doveva essere graziato, mentre uccidere Mussolini non fu una vendetta spregevole, bensì un atto necessario e giusto, in quanto finalizzato ad aprire la strada alla democrazia in Italia, a quel regime repubblicano che avrebbe successivamente bandito la guerra e la pena di morte. Insomma, per Gabriele Polo l'assassinio di un uomo, Mussolini, della sua amante e degli altri gerarchi fascisti, ma soprattutto il modo in cui quell'assassinio è stato perpetrato, sarebbero serviti a costruire un'Italia nuova, pacifica e democratica. L'aggettivo «spregevole» riferito all'esecuzione del Duce viene cancellato in un sol colpo attraverso il famoso metodo della contestualizzazione. L'evento - dice il direttore del Manifesto - va contestualizzato e, quindi, giustificato. Gli Stati con salde istituzioni democratiche non dovrebbero comminare sentenze di morte, ma l'Italia del 1945 non era uno Stato di questo tipo, anzi non esisteva proprio «se non nelle intenzioni», quindi uccidere il tiranno fu giusto, proprio per creare le basi di uno Stato democratico. A parte il fatto che nelle intenzioni della maggior parte dei partigiani comunisti che nel 1945 combatterono contro tedeschi e fascisti non era cosi scontata la creazione di un regime repubblicano democratico, non si spiega perché la stessa cosa non possa valere anche per l'Iraq liberato da Saddam Hussein. Cosi come non si capisce dove voglia arrivare Polo quando esalta il ruolo dei partigiani che uccidevano con la morte nel cuore, al contrario dei repubblichini, i quali, invece, uccidevano perché avevano un progetto di morte. O meglio, si capisce benissimo. L'obiettivo è di mantenere la condanna all'oblio per chi è morto «dall'altra parte», dalla parte considerata sbagliata. Condanna all'oblio, disprezzo per i vinti: parole d'ordine dei comunisti di casa nostra i quali, a sessant'anni dalla fine della guerra, ancora non riescono a immaginare una società italiana in grado di lasciarsi alle spalle la tragica eredità della guerra civile. Di conseguenza, è ancora possibile che nel 2006 qualcuno abbia il coraggio di scrivere che sulle facce dei partigiani si leggevano «tutt'altre cose da un tronfio e retorico militarismo», ciò che si leggeva era «gioia per aver concluso un'opera, ma carica dei pesi di chi ha ucciso per costrizione, per non uccidere più». Sarebbe interessante sentire l'opinione degli innocenti morti per mano dei partigiani comunisti a Schio, in Emilia nel Triangolo della morte, a Milano e in tante altre città italiane. La guerra civile italiana ha lasciato in eredità delle pesanti divisioni che, ancora oggi, non siamo riusciti ad assorbire. Non si può mettere in dubbio il fatto che la fine del regime dittatoriale fascista, grazie al sacrificio di soldati alleati e di partigiani di tutte le estrazioni (liberali, cattolici, ecc...), abbia liberato forze democratiche tenute per troppo tempo soffocate, che hanno contribuito alla ricostruzione economica del nostro Paese e al ritorno dell'Italia nel novero delle Nazioni democratiche. La ricostruzione di un Paese, tuttavia, non può passare attraverso la demonizzazione di chi è stato sconfitto e l'oblio di chi ha combattuto dalla parte cosiddetta «sbagliata». Ancora oggi i morti «fascisti» non vengono commemorati, se non da poche persone e comunque sempre di nascosto, lontano dai riflettori, che vengono invece accesi in occasione di altre manifestazioni. Andando avanti così una vera e propria riconciliazione nazionale non sarà mai possibile e il nostro Paese non sarà mai un paese normale.
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Ragionpolitica, periodico on line n.194 del 9/1/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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