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Disinformazione sistematica su un Papa «scomodo»

di Gianteo Bordero - 13 gennaio 2007

Benedetto XVI non gode di buona stampa. Sarà per la cura dimagrante a cui è stata sottoposta la macchina comunicativa della Santa Sede - cosa che ha reso molto più arduo, rispetto ai tempi del pontificato wojtyliano, il mestiere del vaticanista; sarà per l'atavica immagine di inquisitore che fu cucita addosso al cardinal Ratzinger negli anni in cui era alla guida dell Congregazione per la Dottrina della fede; sarà per il suo «spirito critico» nei confronti del pensiero dominante veicolato dai media - per cui egli ha speso parole dure pochi giorni or sono. Sia come sia, ogni occasione è buona per rilanciare e diffondere un'immagine deformata e parziale del papato ratzingeriano e di Ratzinger stesso.

L'interpretazione mediatica della lectio magistralis di Ratisbona, in tal senso, ha fatto scuola. Di disinformazione. La cosa curiosa, in quel caso, fu che molti organi d'informazione italiani ed europei, invece che prendersi la briga di leggere il testo integrale del discorso papale, seguirono a ruota l'interpretazione che ne diede l'emittente araba Al Jazeera, che parlò di un attacco di Benedetto XVI all'Islam e soffiò con vigore sul fuoco della polemica per tentare di dimostrare che il Papa aveva chiamato la cristianità a una nuova guerra santa contro i fedeli di Allah. Le cose stavano esattamente nella maniera opposta, e fu semmai Al Jazeera a lanciare una crociata in grande stile contro Ratzinger e i cristiani. Ma la frittata era fatta. In pochi, dalle nostre parti, si premurarono di cogliere il vero significato delle parole del pontefice; la maggioranza dei commentatori preferì lasciar passare l'immagine di un Papa «crociato», fomentatore d'odio e fautore dello scontro di civiltà. Perché? Perché le parole di Benedetto XVI infastidirono la «buona coscienza» occidentale, quella delle élites culturali e intellettuali laiciste, relativiste e luocomuniste, colpite al cuore del loro radicalismo chic (secondo cui fede=superstizione) dal discorso sul legame tra fede e ragione, sul logos umano immagine del logos divino, dall'invito a «aprirsi all'ampiezza della ragione, a non rifiutarne la grandezza».

Da quasi due anni a questa parte Benedetto XVI, con i suoi gesti e con i suoi discorsi, sta facendo una grande catechesi sul senso e sull'essenza del cristianesimo e su come esso incontri l'uomo e l'umanità nei bisogni più profondi - ragionevoli appunto - della loro vita e del loro essere (a proposito, sul numero di Panorama in edicola Vito Mancuso prende l'ennesima cantonata, invitando il Papa a fare più gesti come quello della preghiera nella Moschea Blu di Istanbul e dedicarsi meno ai discorsi; sbaglia, Mancuso, perché tanto i gesti quanto i discorsi fanno parte della stessa proposta, indicano la stessa sfida). Ratzinger sta parlando, attraverso la presentazione delle figure degli apostoli alle udienze del mercoledì, dell'uomo nuovo che nasce dall'incontro cristiano: un uomo che, pur vivendo nel mondo, non è più schiavo delle immagini e delle suggestioni a cui il mondo e un uso cinico del potere lo vorrebbero incatenare. Un uomo libero, dunque, perché liberato nel suo cuore e nella sua ragione dai vincoli troppo pesanti di una visione soltanto «orizzontale» dell'esistenza. Papa Ratzinger parla di un uomo che è nel mondo, ma non del mondo. Per questo il mondo lo critica. Sui Pacs, sull'embrione, sui temi etici, ma anche - quando gli altri colpi vanno a vuoto o le cartucce si esauriscono - sul suo modo di essere Papa e di governare la Chiesa.

Prendiamo come esempio, ancora una volta, il numero di Panorama in edicola, in cui - già dalla copertina e dall'immagine che in essa campeggia - viene proposta l'idea di un papato allo sbando, incapace di governare la curia e vittima di oscuri giochi di potere tra bande presenti all'interno del Vaticano. Si parla di «gaffe sull'Islam» e di «pasticcio polacco». Ignazio Ingrao scrive nel suo articolo che «Benedetto XVI non ha il temperamento del dicisionista e deve fare i conti con l'età» (dando l'immagine di un Papa debole, dunque, sotto tutti i punti di vista). Dice che «per molti mesi Benedetto XVI è apparso isolato, chiuso nel suo studio a limare i discorsi, a scrivere il libro su Gesù... e a suonare il pianoforte» (un Papa astratto dal contesto, quindi, e indifferente a ciò che lo circonda). Come se non bastasse, secondo Ingrao c'è anche la delusione di «alcuni grandi elettori di Benedetto XVI, che contavano di essere premiati per il loro sostegno in Conclave» (come se la Chiesa fosse un clan di partiti impegnati a occupare poltrone di governo). Ciliegina sulla torta un commento di Filippo di Giacomo che riprende le tesi del dossettiano Alberto Melloni, espresse nel libro L'inizio di Papa Ratzinger, secondo cui il conclave del 2005 avrebbe scelto Ratzinger, unico cardinale nominato ancora da Paolo VI, perché la Chiesa di Wojtyla si era ormai ridotta a una sanguinosa guerra tra bande. Il quadro che ne viene fuori è desolante. Tutto viene ridotto a trame oscure e lotte di potere: neanche una riga viene spesa sul senso delle proposte e dei messaggi del Papa ai cristiani e al mondo, sul record di presenze dei fedeli agli Angelus, alle udienze, alle celebrazioni, sul successo dei suoi libri. Niente. Neanche una parola. Se questa è informazione!

A voler continuare, ci sarebbe soltanto l'imabarazzo della scelta. Parlar male di Papa Ratzinger sembra diventato lo sport preferito da tanti giornali italiani. Sorvoliamo sul quotidiano rifondarolo, Liberazione, che alcuni giorni fa, con un editoriale della senatrice pacifinta Lidia Menapace, ha toccato il fondo del buon gusto con un articolo intitolato «Non ci resta che ridere (o piangere) del Vaticano». Ma anche Il Riformista, da qualche tempo a questa parte, non è da meno. L'anno scorso, quando uscì la prima enciclica di Benedetto XVI, la Deus caritas est, il quotidiano arancione provò a dimostrare che si trattava di un testo «socialdemocratico» e, appunto, «riformista». Vista l'impossibilità di annettersi Benedetto XVI allo stesso modo con cui ci si «appropriava» di Giovanni Paolo II, la strategia è cambiata, e dall'annessione benevola si è passati all'attacco più o meno frontale. Esce la notizia che Ratzinger non andrà a Fatima per la fine delle celebrazioni per il 90° anniversario delle apparizioni ed ecco che Fabrizio D'Esposito, con una fantasia degna dei migliori romanzi di fantascienza, ci spiega che i motivi risiedono nel fatto che il Papa avrebbe paura del «quarto segreto», ossia, secondo l'idea dei «fatimiti» rilanciata da Antonio Socci nel suo ultimo libro, della presunta parte del terzo segreto che i pontefici continuerebbero a tenere nascosta perché troppo «apocalittica» e imbarazzante per la stessa Chiesa. Se anche fosse vero quanto sostengono i «fatimiti» e Socci, D'Esposito prende fischi per fiaschi, perché tutt'al più Benedetto XVI potrebbe «temere» il testo già rivelato del segreto, quello che parla di un Papa che viene ucciso ai piedi della croce da un gruppo di soldati e che, quando fu reso noto, nel 2000, venne da molti interpretato come riferito a Giovanni Paolo II e all'attentato del 13 maggio 1981 in piazza san Piatro. Ma l'importante, per il quotidiano diessino, è fornire un'immagine deformata di Benedetto XVI, dandogli perfino del pauroso. Perché D'Esposito non parla del viaggio in Turchia, fatto nonostante le minacce di morte, gli allarmi e il clima ostile della vigilia?

Ogni scusa è buona, come dicevamo, per tentare di scalfire, di gettare ombre, di ridicolizzare un Papa che con i suoi discorsi, con i suoi gesti, con la purezza del suo sguardo disturba un circo mediatico e una cultura dominante assetati di pettegolezzi ma sostanzialmente indifferenti a ciò che veramente conta.

! Gianteo Bordero
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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