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Quale cittadinanza?

di Antonio Maglietta - 16 gennaio 2007

Sottolinea Pietro Costa, in apertura del primo volume della sua Civitas. Storia della cittadinanza in Europa, che la crescente fortuna di cui gode da qualche tempo la parola cittadinanza non solo nel linguaggio filosofico e sociologico, ma anche nella stampa quotidiana e nel dibattito politico, «coincide con un processo di più o meno consapevole estensione del suo campo semantico». Da semplice criterio giuridico-formale, quale è stata a lungo considerata, la cittadinanza tende effettivamente a trasformarsi in un concetto denso di valenze, che coinvolge i criteri dell'adesione soggettiva ad un ordinamento: identità e partecipazione, diritti e doveri a «geometria variabile». Tale fenomeno non è casuale, ma certamente frutto del contesto storico che vedeva e vede l'Italia interessata dal problema dell'immigrazione di massa.

Alla luce della recente proposta del governo Prodi in tema di modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza, diventa importante sottolineare il tentativo di questa maggioranza e di questo governo di voler svilire il concetto di cittadinanza degradandola ad una semplice scatola giuridica di diritti e doveri, ad «un pezzo di carta senz'anima» - così Magdi Allam dalle pagine del Corriere della Sera del 19 agosto 2006 - con l'idea di portare avanti il progetto della creazione di una fantomatica società basata sul multiculturalismo. Giovanni Sartori afferma che mentre il pluralismo difende ma contemporaneamente frena la diversità e richiede l'assimilazione, il multiculturalismo non fa che accentuare le diversità mediante politiche di riconoscimento. Mentre con l'affirmative action i principi del costituzionalismo liberale (governo della legge e generalità di questa) vengono rispettati, il multiculturalismo mina le basi della convivenza democratico-liberale. Questo secondo Sartori «porta alla Bosnia e alla balcanizzazione» (Sartori G., Pluralismo, multiculturalismo e estranei, Milano, 2002). Dal punto di vista del metodo, partire con l'idea che la legge possa funzionare come una bacchetta magica e risolvere i problemi connessi ai fenomeni migratori, attraverso una riduzione dei tempi per la naturalizzazione ed una estensione del principio del ius soli, sembra essere una vera e propria utopia lontana dalla realtà dei fatti.

Se consideriamo poi l'aspetto giuridico-sociologico, mentre la direttiva 2003/109/CE del Consiglio del 25 novembre 2003 (relativa allo status dei cittadini di Paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo), peraltro richiamata dal suddetto disegno di legge del governo Prodi, indica che dopo 5 anni, previa presentazione della relativa domanda, gli Stati membri conferiscono lo status di soggiornante di lungo periodo ai cittadini di Paesi terzi (art. 4), in Italia dopo lo stesso periodo, l'attuale governo vorrebbe concedere addirittura la cittadinanza. Insomma, in un campo dove l'Europa detta prudenza ed individua una sorta di status intermedio tra immigrato e cittadino, Prodi vorrebbe spingere in maniera irresponsabile sull'acceleratore.

Inoltre, partendo dalle radici del problema in esame, occorrerebbe innanzitutto chiedersi: qual è il carattere di un popolo? «La sua storia, tutta la sua storia, nient'altro che la sua storia» - diceva Benedetto Croce. Il carattere di un popolo dipende anche e soprattutto dall'idea di avere un passato in comune, di avere una memoria comune su cui riflettere. Essere certi dei propri valori ed avere una visione condivisa dell'identità nazionale può essere un collante decisivo per tenere uniti in modo armonioso vecchi e nuovi cittadini. Se si vuole contrastare il rischio che la cittadinanza diventi un concetto astratto, occorre lavorare guardando alla stessa non come ad uno «status legale», ma come a «una forma di identificazione, un tipo di identità politica: qualcosa che deve essere costruito e non di empiricamente dato» (cfr. Mouffe Ch., Democratic Citizenship and the Political Community, in Ead., Dimensions of Radical Democracy. Pluralism, Citizenship, Community, London-New York, 1992, pp. 225-239). Insomma: qualcosa a cui un soggetto si sente legato con la mente e col cuore e non solo con un pezzo di carta bollata.

Una moderna società democratica deve necessariamente essere una società aperta, per usare una espressione popperiana, ma la domanda che ci si pone è: quanto aperta? Lo stesso Popper sottolinea che con «l'espressione "società aperta" si designa non tanto un tipo di Stato o una forma di governo, quanto piuttosto un modo di convivenza umana in cui la libertà degli individui, la non-violenza, la protezione delle minoranze, la difesa dei deboli sono valori importanti»(Popper K.-Lorenz K., Il futuro è aperto, Milano, 1989). Ma aggiunge che la «società aperta» vive, cresce e prospera nella misura in cui è libera, senza peraltro trascurare il problema del suo abuso: «Se realizziamo le sue possibilità, ciò dipende da parecchie cose messe insieme e, prima di tutto, anche da noi stessi» (Popper K., Tutta la vita è risolvere problemi, Milano 1996). Se noi «occidentali» saremo i primi a non credere nei valori della nostra società allora saremo, noi stessi, i primi responsabili del suo declino.

Antonio Maglietta

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